Omelie - Il Vangelo della domenica
a cura di Goffredo Boselli
Vita Pastorale (n. 8/2026)
ANNO A – 13 settembre 2026
XXIV Domenica del Tempo ordinario
Siracide 27,30-28,7 • Salmo 102 • Romani 14,7-9 • Matteo 18,21-35
(Visualizza i brani delle Letture)
XXIV Domenica del Tempo ordinario
Siracide 27,30-28,7 • Salmo 102 • Romani 14,7-9 • Matteo 18,21-35
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LA LOGICA DELLA GRATUITÀ
«Io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» (Mt 18,32-33). Di fronte a queste parole, la tentazione è quella di liquidare la reazione del servo spietato come una colpa morale, un atto di egoismo. Eppure, il dramma di questo servo svela qualcosa di molto più profondo e drammaticamente umano: la difficoltà dell'uomo ad assumere la logica della gratuità.
Leggendo i Vangeli, si prende coscienza che per Gesù il perdono non si riduce a un precetto morale, perché non appartiene solo alla sfera del dovere e allo sforzo della volontà. Se fosse solo un dovere, il perdono si trasformerebbe in un ricatto emotivo: «Io ho condonato a te, ora tu sei obbligato a fare lo stesso». L'insegnamento di Gesù è rivoluzionario proprio perché tenta di scardinare la logica del debito e del contraccambio, introducendo nella storia una possibilità che prima non c'era. Nella parabola, il padrone ascolta la supplica del servo che «non era in grado di restituire» l'enorme debito, «ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito». Accetta di subire una perdita economica ingente pur di salvare la vita e la dignità di quell'uomo. Gesù rivela così che per Dio la relazione con un figlio supera qualsiasi logica contabile.
Ma il passaggio cruciale della parabola avviene dopo: questa misericordia viscerale si scontra con la povertà e la fragilità umana. La parabola narrata da Gesù rivela che essere destinatari di un miracolo non garantisce automaticamente di esserne trasformati. Il servo esce e stringe alla gola un suo simile per un debito misero. La misericordia ricevuta avrebbe dovuto cambiare la vita di quel servo e far riversare sugli altri quella compassione di cui era stato oggetto. Vissuta quell'esperienza, avrebbe dovuto sapere cosa significa essere un debitore insolvente e trovarsi, per sola grazia, a essere liberato del debito impagabile. La compassione ricevuta doveva diventare il modo nuovo con cui guardare i propri simili. E invece, il debitore condonato diventa servo spietato che getta in prigione unservo come lui «fino a che non avesse pagato il debito». Il padrone lo aveva liberato, lui invece fa imprigionare.
«Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?», il rimprovero finale non è da intendere come l'imposizione di una nuova legge, ma come la constatazione di un'occasione mancata. La misericordia ricevuta non era un premio, ma un'energia liberatoria da rimettere in circolo per sanare i rapporti umani. Il vero fallimento del servo non è non aver obbedito a un comando, ma essere rimasto prigioniero della mentalità del tribunale e del calcolo, persino dopo essere stato immerso in un effluvio di misericordia.
La conclusione drammatica della parabola descrive la tragica realtà di chi si esclude da sé dalla grazia: chi sceglie di vivere secondo la legge del calcolo, finisce inevitabilmente per essere giudicato secondo quegli stessi criteri. Se Dio è più grande di ogni nostra colpa, l'invito del Vangelo è intraprendere il faticoso e lento cammino pasquale: credere nella promessa che perdonare il fratello settanta volte sette, alla fine, vale molto più del saldo di ogni nostro piccolo o grande credito.
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