Omelie - Il Vangelo della domenica
a cura di Goffredo Boselli
Vita Pastorale (n. 8/2026)
ANNO A – 20 settembre 2026
XXV Domenica del Tempo ordinario
Isaia 55,6-9 • Salmo 144 • Filippesi 1,20c-24.27a • Matteo 20,1-16
(Visualizza i brani delle Letture)
XXV Domenica del Tempo ordinario
Isaia 55,6-9 • Salmo 144 • Filippesi 1,20c-24.27a • Matteo 20,1-16
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NELLA VIGNA DI DIO NON CI SONO ULTIMI
Giunge la sera, il sole tramonta sulla vigna e gli operai si radunano. Il padrone appare inizialmente come un uomo retto, un osservante fedele della Legge di Mosè. Il libro del Deuteronomio parla chiaro: «Non sfrutterai il salariato povero e bisognoso... Gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole» (Dt 24,14-15). Questo padrone rispetta la Legge, non trattiene la paga, chiama il suo amministratore e ordina di saldare i conti.
Ma compie un gesto strano, quasi provocatorio: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». Costringe così i lavoratori della prima ora ad assistere alla generosità del padrone verso gli altri. Se quelli delle cinque del pomeriggio ricevono un intero denaro, una paga dignitosa per un'intera giornata, agli operai della prima ora spetterà molto di più. Si crea in loro un'attesa che viene però bruscamente delusa: «Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro». Né un soldo di più, né un soldo di meno.
«Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone» (Mt 20,11); dalla delusione non nasce una richiesta di dialogo con il padrone, ma nasce la mormorazione che è la totale assenza di quella franchezza (parrhesía), di quella parola libera che permette di parlare all'altro nella verità. Ma quando la mormorazione degli operai della prima ora diventa parola rivolta al padrone, rivela tutta la rabbia del confronto: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e tu li hai fatti uguali a noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». Ecco svelato lo scandalo inaccettabile: «Li hai fatti uguali a noi!», vale a dire, «hai fatto noi primi uguali a loro ultimi».
Il padrone risponde: «Amico, io non ti faccio torto. Non ti eri forse accordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene ». La giustizia è salva, il contratto è stato rispettato. Ma Dio non si ferma alla giustizia dei contratti umani. Il padrone della vigna rivendica il diritto alla sovrabbondanza, alla gratuità pura: «Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure il tuo occhio è malvagio perché io sono buono?».
Dio non valuta la durata della prestazione, ma restituisce la dignità che il mercato della vita ha negato. Sa che quegli uomini rimasti in piazza fino alle cinque del pomeriggio erano disoccupati che nessuno aveva degnato di uno sguardo. Accanto a noi ci sono fratelli e sorelle meno fortunati, feriti dalla vita o dalla malattia, persone che non riescono a produrre come la società attuale impone. La logica del mondo li definisce scarti; la logica della vigna di Dio li definisce fratelli, carne della nostra carne, degni dello stesso identico amore.
Entriamo nella logica della vigna di Dio nella quale non esistono "primi" per diritto e "ultimi" per condizione. Nella vigna del Padre, o si è fratelli "tutti uguali" o si è fuori. Chi si sente giusto non ha più bisogno di essere salvato, pretende solo di essere pagato. Smette di chiedere misericordia e inizia a esigere il saldo del conto. Se Dio fosse giusto secondo i criteri umani, saremmo tutti perduti. La nostra unica salvezza sta nel fatto che Dio rompe i contratti per sovrabbondanza d'amore. È questo che ci tiene in vita.
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