IV Domenica del Tempo ordinario (A)




Omelie - Il Vangelo della domenica
a cura di Goffredo Boselli
Vita Pastorale (n. 2/2026)


ANNO A – 1 febbraio 2026
IV Domenica del Tempo ordinario

Sofonia 2,3;3,12-13 • Salmo 145 • 1 Corinzi 1,26-31 • Matteo 5,1-12a
(Visualizza i brani delle Letture)


I SEMI DI UN ALTRO MONDO

«Beati ... perché saranno... ». Le beatitudini sono un'apertura al futuro, perché nella maggior parte dei casi il verbo è al futuro: «Beati gli affamati perché saranno saziati». Tutto è rimandato in un futuro e il presente, che si dischiude sulle rive dell'eterno, è quello della povertà, dell'afflizione, della sete di giustizia... La felicità sarà sempre altrimenti non qui, sarà dopo e non adesso, con il rischio che l'eternità diventi il rifugio dalla storia. Credere nelle beatitudini significa allora rifugiarsi in una eternità in cui le sorti saranno ribaltate? La sazietà per gli affamati e la consolazione per gli afflitti sono solo una promessa? È solo un avvenire o c'è anche un presente di beatitudine possibile?
Se si pensa alla beatitudine come una realtà a portata di mano si rimane rapidamente delusi. Invece delle cure miracolose, Gesù elenca una serie di situazioni inquietanti, difficili da accettare per noi che crediamo che è «meglio essere sani e ricchi che poveri e infelici».
La felicità non è forse successo, ricchezza, stima, realizzazione, la certezza di non aver bisogno di nulla, di vincere su tutti i fronti? La povertà, le lacrime, il rifiuto della violenza, l'impegno per la giustizia, il perdono o persino la persecuzione non hanno mai aperto la strada alla felicità. Solo gli sciocchi, o al massimo gli eccentrici, osano affermare che la vera felicità non si trovi tra i vincitori, tra i potenti che possono far tremare gli altri.
Gesù non promette un successo immediato. Per lui le beatitudini sono una promessa, una scommessa sul futuro. I beati di cui parla non abbandonano il mondo violento e ingiusto in cui vivono e continuano a soffrire. Ma la loro stessa presenza lo sfida e lo smaschera. La vera felicità sta altrove.
Le beatitudini non sono un programma morale, un catalogo di doveri e obblighi da osservare. Rifiutando una società fondata sulla violenza, sulla guerra, sull'avidità economica e sul disprezzo della legge, suggeriscono un'altra via verso la vera felicità.
Gesù proclama beati coloro che non si lasciano intrappolare dal denaro, che rifiutano la violenza, che si impegnano per la giustizia senza temere le critiche, con uomini e donne liberi che non si lasciano sedurre dal canto delle sirene. Con la loro presenza e le loro scelte, coloro che Gesù chiama beati ricordano al mondo che il persistente desiderio di felicità che alberga nel profondo di ogni essere umano non è un'utopia. Il successo mondano basato sul denaro, sulla violenza e sul disprezzo della legge non è altro che un'illusione, un immenso inganno incapace di lenire il desiderio di vera felicità, quella ferita incurabile del cuore umano.
Con un'espressione che gli era propria, papa Francesco definì le beatitudini come «la carta d'identità del cristiano». Non solo per i cristiani, ma per tutti coloro che, indipendentemente dalla religione o dall'ideologia, scelgono di spezzare la catena del potere e di lottare contro ogni forma di violenza e ingiustizia.
Sono proclamati beati perché la loro presenza e le loro azioni moltiplicano i semi di un altro mondo, quello sognato dall'umanità in cerca di felicità.


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