V Domenica di Quaresima (A)




Omelie - Il Vangelo della domenica
a cura di Goffredo Boselli
Vita Pastorale (n. 3/2026)


ANNO A – 22 marzo 2026
V Domenica di Quaresima

Ezechiele 37,12-14 • Salmo 129 • Romani 8,8-11 • Giovanni 11 ,1-45
(Visualizza i brani delle Letture)


L'AMICO RIPORTA IN VITA L'AMICO

«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!», Marta e Maria accolgono Gesù con le stesse parole, rimproverandolo di non essere stato lì e di non aver agito. I loro cuori, pieni di dolore, non avrebbero potuto accogliere l'amico del fratello in nessun altro modo. L'esperienza del silenzio e dell'assenza di Dio non è mai semplicemente la constatazione di un vuoto, ma è la prima espressione della sofferenza umana di fronte alla mancanza di percezione della presenza di colui che dovrebbe esserci. Il loro fratello Lazzaro è l'amico del Signore e, di conseguenza, al minimo segno della malattia di Lazzaro sarebbe stato normale che Gesù fosse venuto da loro per condividere la loro prova e tentare qualcosa finché c'era ancora tempo.
Ecco perché il messaggio che inviano a Cristo è semplice: «Colui che tu ami è malato». In queste parole, «colui che tu ami», è contenuta una piccola parola che non viene detta e che, in realtà, è la più importante, perché esprime un desiderio: «Vieni», «unisciti a noi», «non lasciarci sole nella prova». Le due sorelle hanno fede nell'amicizia di Gesù: nessun amico abbandona l'amico nel momento della morte! E Gesù, pensano, crede nell'amicizia.
«Quando sentì che Lazzaro era malato, rimase ancora due giorni nel luogo dove si trovava». Perché, Signore, tanta immobilità, così contraria allo spirito di amicizia? «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché crediate. Ma andiamo da lui». «Andiamo da lui», e non dalle sue sorelle o a casa sua. Sì, Lazzaro è morto e sepolto, ma è da lui che il Signore dice di voler andare. E ne parla come si parla di una persona viva, perché la malattia di Lazzaro non porta alla morte. Lazzaro è nel sepolcro eppure non è assente, è da lui che andiamo. E Gesù va fino in fondo, si unisce a Lazzaro chiamandolo a uscire dal sepolcro, come se lui, nascosto, attendesse l'invito dell'amico: «Lazzaro, vieni fuori!». Esce e Gesù può rivederlo, ridandogli vita, accogliendolo con un abbraccio come il Padre al ritorno del figliol prodigo, perché Lazzaro ci dice anche qualcosa dell'uomo che il peccato ha sepolto.
Il brano, così toccante e noto, è il terzo racconto di una risurrezione. O, più precisamente, la terza chiamata alla vita del pellegrino, narrata nei quattro Vangeli. In precedenza, c'era stato il ritorno in vita della figlia del capo della sinagoga e quello del giovane figlio della vedova. Ognuno di questi racconti è ricco di significato per la nostra chiamata alla vita. Per questi due, i loro volti sono ancora visibili. Ma di Lazzaro, l'amico, il volto è nascosto, sigillato da un sudario e dalla tomba. Solo una voce forte, familiare e amata – quella dell'Amico – restituirà il volto all'uomo.
Il segno di Lazzaro è l'unico il cui contesto è un luogo prezioso per la nostra umanità: i legami di affetto e amicizia. La sua risurrezione è l'unica in cui il figlio di Dio è un uomo coinvolto nelle relazioni umane, negli affetti più profondi, un amico che riporta in vita un amico morto. La risurrezione di Lazzaro è il segno più eloquente perché Lazzaro è nella tomba e l'amico amato è morto, perché Gesù si lascia liberamente commuovere, perché piange liberamente e perché nel suo dolore riaccende la vita spenta. Anche noi saremo l'amico riportato in vita dall'amico e questa sarà la nostra Pasqua.


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