II Domenica di Quaresima (A)




Omelie - Il Vangelo della domenica
a cura di Goffredo Boselli
Vita Pastorale (n. 3/2026)


ANNO A – 1 marzo 2026
II Domenica di Quaresima

Genesi 12,1-4a • Salmo 32 • 2 Timoteo 1,8b-10 • Matteo 17,1-9
(Visualizza i brani delle Letture)


TRASFIGURATO NELLA CARNE MORTALE

Nel cammino quaresimale il mistero della trasfigurazione ci chiede contemplazione e ci riempie di grande speranza, perché in essa possiamo discernere una promessa per ciascuno di noi, per la nostra vita nella carne mortale: anche noi saremo trasfigurati. Trasfigurati come la carne fragile di Gesù,trasformati dalla potenza dello Spirito santo. E lo saremo per sempre, partecipando alla vita stessa di Dio, quando nella morte cadremo tra le braccia del Signore vivente.
Gesù sale sul monte, in disparte, e proprio lui, l'uomo Gesù, interamente uomo come lo siamo noi, subisce una trasfigurazione, muta la sua forma. Ai tre discepoli saliti con lui Gesù appare altro, assomiglia soprattutto a quel Figlio dell'uomo intravisto nei cieli dal profeta Daniele: «Il volto di Gesù risplendette come il sole e le sue vesti divennero bianche, luminose».
È sempre Gesù, la sua identità non viene meno, la sua umanità non è negata, ma la sua carne è glorificata. E per mette di vedere la gloria di Dio presente in quella carne mortale. È Gesù, ma è veramente l'unica volta in cui egli, durante la sua vita terrena, è stato visto quale Kýrios, Signore. E sarà visto così soltanto nella sua risurrezione. E lo vedranno tutti gli uomini e tutto il cosmo nella sua gloriosa venuta, nella sua manifestazione finale.
Certo, Mosè aveva ricevuto da Dio il dono di un volto luminoso per l'assiduità vissuta con Dio, ma qui Gesù riceve un volto di luce, una luce che emana da lui non riflessa, una vera glorificazione che riguarda tutta la sua persona. Quando aveva proclamato la parabola del grano e della zizzania, nel concluderla Gesù aveva promesso: «I giusti risplenderanno come il sole nel regno del Padre loro» (Mt13,43), ma ora è lui a risplendere come il sole. È il Signore, è il figlio di Dio inviato nel mondo in una carne mortale, ma la sua vera identità, velata dalla sua carne mortale, qui invece si mostra in tutta la sua forza. La trasfigurazione appare così come una profezia, una rivelazione per tre tra i discepoli, una profezia di quella che sarà un'epifania definitiva per l'umanità.
La trasfigurazione di Gesù è una parola data da Mosè ed Elia su Gesù, è una parola definitiva data dal Padre su Gesù: Gesù è il Figlio amato, è la parola di Dio. Ma la trasfigurazione è anche la parola data da Gesù al Padre, perché proprio da quell'evento scaturisce l'andata di Gesù a Gerusalemme, la determinazione del suo futuro in obbedienza alla conversazione con Mosè ed Elia, i quali - ci dice l'evangelista Luca - «parlavano con Gesù del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme» (Lc 9,31), cioè del suo esodo pasquale, della sua passione e morte.
E infatti, subito dopo la trasfigurazione, lo stesso Luca si affretta ad annotare che Gesù «indurì il suo volto per andare a Gerusalemme» (Lc9,51), dove l'indurimento non è solo un orientamento preso, ma è un guardare avanti senza più guardare indietro, è un rendere dura la faccia come fa il Servo del Signore (cf Is 50,7), perché non ha più cura di nulla, di niente di ciò che può sopravvenire sulla strada, dovuto al caso, alle disgrazie, o alla necessità.
I tre testimoni della trasfigurazione di Gesù, anche loro danno a lui una parola, e la riconosceranno quando Gesù sarà risorto dai morti, in modo che la parola data e la promessa prevalgano sull'incertezza degli eventi della vita o sul fato, sulle necessità che nella vita emergono.


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