Ascensione del Signore (A)




Omelie - Il Vangelo della domenica
a cura di Goffredo Boselli
Vita Pastorale (n. 5/2026)


ANNO A – 17 maggio 2026
Ascensione del Signore

Atti 1,1-11 • Salmo 46 • Efesini 1,17-23 • Matteo 28,16-20
(Visualizza i brani delle Letture)


PERCHÉ GUARDATE IL CIELO?

Il racconto degli Atti non indugia nella descrizione di come il Signore è stato elevato in alto, ma dà invece rilievo, per due volte, al modo di stare dei discepoli di fronte all'ascensione del Signore: «Stavano con lo sguardo fisso verso il cielo mentre egli se ne andava». Da qui la domanda dei due uomini in vesti bianche: «Perché state a guardare il cielo?». Ai discepoli è chiesta ragione del loro modo di reagire all'andarsene di Gesù da loro: immobile il corpo e fissi gli occhi al cielo. Una postura che rivela un possibile modo di continuare a essere suoi discepoli.
«Uomini di Galilea perché state a guardare il cielo?». Gli angeli riportano gli apostoli coi piedi per terra perché è sulla terra che ora pulsa il seme della risurrezione. Il cielo non è più sopra di noi, ma è dentro la trama della storia che siamo chiamati a trasfigurare. I due uomini vestiti di bianco, in realtà, esprimono la domanda attraverso la quale i primi discepoli hanno dovuto render ragione della loro speranza delusa di fronte al Signore che lasciava la sua comunità. Sì, i primi credenti hanno conosciuto, anche loro, quella tentazione religiosa mai pienamente sopita di incanalare la speranza delusa e di proiettarla in alto.
Ma la speranza dei discepoli non era nata in loro da un Dio rimasto nei cieli, ma da un Dio che in Gesù ha preso la nostra carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi. Il figlio di Dio non si è fatto figlio di Adamo per esortarci a lasciare il prima possibile questo mondo, a disaffezionarci da questa terra per desiderare il cielo. Ci ha insegnato, invece, a vivere in questo mondo, ad amarlo come lui lo ha amato e per questo ci ha inviato fino ai confini della terra, cioè a ogni possibile frammento di mondo.
Questo è il rischio per i credenti di ogni epoca: fare della fede uno sguardo in alto, che spinge a guardare il cielo per evadere la realtà. Quanto forte si è fatto questo tipo di fede, più forte ha risuonato nella storia l'ideale della fuga mundi. Charles Péguy di questo genere di credenti diceva: «Poiché non hanno il coraggio di essere nel mondo, credono di essere di Dio. Poiché non sono dell'uomo, credono di essere di Dio. Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio».
Ben altre sono state le ultime e definitive parole di Gesù risorto nel Vangelo: «Andate e fate discepoli tutti i popoli». Anzitutto il comando «andate», e l'andare è l'esatto contrario dello stare immobili a fissare il cielo. Il risorto non dice «fermatevi a contemplarmi in estasi», ma affida ai credenti in lui il compito messianico di andare e fare discepoli tutti i popoli. Così, l'Ascensione non è la festa del distacco, ma quella dell'impegno nel mondo. Il cielo non è più una meta dove fuggire, ma l'orizzonte che dà senso al cammino sulla terra. Ma l'andare ha uno scopo ben preciso: «Fate discepoli tutti i popoli». Il Risorto chiede ai suoi di fare degli altri ciò che lui ha fatto di loro, dei discepoli e non adepti o proseliti. Fare discepoli richiede la volontà di incontrare, di stare nella compagnia degli uomini.
«Io sono con voi tutti i giorni» ci promette il Signore, a dire che lui sarà sempre là dove noi continueremo a essere suoi discepoli. Questa è la missione che il Signore elevato in alto ci lascia, ricordandoci che non è la Chiesa ad avere una missione, ma è la missione di Cristo ad avere una Chiesa.


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