V Domenica di Pasqua (A)




Omelie - Il Vangelo della domenica
a cura di Goffredo Boselli
Vita Pastorale (n. 5/2026)


ANNO A – 3 maggio 2026
V Domenica di Pasqua

Atti 6,1-7 • Salmo 32 • 1 Pietro 2,4-9 • Giovanni 14,1-12
(Visualizza i brani delle Letture)


DOVE È LUI SIAMO ANCHE NOI

«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». Gesù pronuncia queste parole alla vigilia della sua morte, mentre sta per andarsene, e nel momento in cui il turbamento è la reazione più naturale per i discepoli. Al cuore turbato dei suoi Gesù rivolge non un semplice incoraggiamento, ma un comando alla fede. Non chiede loro di non provare tristezza, ma di non permettere che la paura prenda il sopravvento. E turbamento non oppone la calma, ma la fede. Se il turbamento nasce quando ci si sente soli di fronte al nulla, avere fede significa avere una roccia su cui posare saldamente i piedi. Questo significa fede, aman, in ebraico. Mentre il turbamento è come un mare agitato, la fede è come ancorarsi alla roccia. Gesù non nega l'emozione, la tristezza, il turbamento, ma offre un ancoraggio diverso.
Dicendo «Abbiate fede in Dio e ... in me», Gesù compie un gesto dirompente: chiede ai discepoli di riporre in lui la stessa fiducia che si deve solo a Dio. L'invisibile Dio è diventato affidabile nel volto di quell'uomo che i discepoli hanno visto, toccato e amato. Per questo, Gesù sposta l'attenzione dei discepoli dal suo addio alla sua persona, dalla sua morte a lui. Dicendo «Abbiate fede anche in me», Gesù chiede ai discepoli, e a noi, di vedere in lui un luogo sicuro pari a Dio. E in tal modo la fede smette di essere un salto nel buio e diventa un affidarsi a qualcuno di cui si conosce lo sguardo, il tono di voce e la coerenza nel dolore.
Gesù è un luogo sicuro, la roccia su cui poggiare e costruire la nostra esistenza, non perché sia invulnerabile, ma perché è passato attraverso il massimo della fragilità, la morte in croce, senza perdere l'amore. Il luogo sicuro è quel perimetro di amore che la morte non può scardinare, perché lui l'ha già abitata e attraversata.
«Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore... Io vado a prepararvi un posto». Gesù trasforma il vuoto lasciato dalla sua partenza in uno spazio di accoglienza che lui stesso prepara a noi. La morte non crea un baratro, ma uno spazio, una dimora da abitare. Nella Pasqua, il posto che Gesù prepara non è un luogo fisico tra le nuvole, ma è la sua stessa umanità risorta, la sua umanità glorificata.
Gesù risponde al turbamento dei discepoli parlando della casa del Padre, delle molte dimore, di posto preparato e del suo tornare di nuovo per prenderli con lui. Il posto per noi è una relazione che non finisce, a dire che noi uomini e donne non siamo vagabondi nel vuoto, ma pellegrini verso un abbraccio. Se la fede è aman (poggiare sulla roccia), morire sarà per noi, come è stato per Cristo, l'atto estremo di fede, perché è l'unico momento in cui non avremo più nulla sotto i piedi: né salute, né affetti, né memoria. In quel momento, o ci sarà la Roccia o il nulla. La morte non è un'interruzione della vita, ma il compimento dell'affidamento.
Il posto che Cristo è andato a prepararci non è un al di là astratto: quando nella nostra morte verrà di nuovo e ci prenderà con sé non entreremo con lui in un paradiso di nuvole, ma in una carne che ci riconosce, l'umanità risorta di Cristo. Se l'umanità risorta di Cristo è l'umanità come Dio l'ha pensata, allora la morte sarà per noi un'immersione in un'altra umanità, più vera della nostra.


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