Omelie - Il Vangelo della domenica
a cura di Goffredo Boselli
Vita Pastorale (n. 4/2026)
ANNO A – 12 aprile 2026
II Domenica di Pasqua
Atti 2,42-47 • Salmo 117 • 1 Pietro 1,3-9 • Giovanni 20,19-31
(Visualizza i brani delle Letture)
II Domenica di Pasqua
Atti 2,42-47 • Salmo 117 • 1 Pietro 1,3-9 • Giovanni 20,19-31
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SOLO SE FERITA LA VITA VINCE LA MORTE
«Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Queste parole di Tommaso ci rivelano qualcosa di profondo: non ci sono verità a poco prezzo, la verità porta sempre le stigmate. Credere solo a ciò che porta le stigmate significa rifiutare le ideologie superficiali o le verità a poco prezzo.
A più forte ragione, una verità a prezzo di sangue, come il Cristo risorto da morte, non può che essere una verità segnata da stigmate. Come se Tommaso dicesse agli altri discepoli: "se non vedo le stigmate non ci credo". Sì, una verità senza piaghe, senza ferite, una verità non sofferta non è credibile. Tommaso non cerca prove scientifiche, ma cerca i segni di quell'amore che si èl asciato mettere in croce pur di restare fedele. Sì, la sofferenza patita è l'unica via per una verità che non sia illusione.
La verità, per diventare nostro cibo, dev'essere tritata dalla vita. Del resto, tutto ciò che nutre il cuore umano passa attraverso il torchio, il frantoio, la mola. Proprio come l'uva non è ancora vino se non passa dal torchio, l'oliva non è ancora olio se non conosce il frantoio, il grano non è ancora pane se non è macinato. Una verità che non è stata premuta, macinata dalle prove della vita resta un'astrazione, un concetto troppo comodo. La nostra eucaristia è pane macinato, è uva torchiata. Adire che la comunione con il Risorto o con gli altri richiede sempre la perdita di una forma precedente per assumerne una nuova, più nutriente.
Come il pane, il vino e l'olio, anche la verità del Cristo risorto emerge solo dopo un processo di trasformazione dolorosa. Se una verità non è passata attraverso la prova del dolore o della dedizione totale, è sospetta. È questo il sentimento di Tommaso di fronte alla dichiarazione degli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Non crederà alla risurrezione del Signore se il Risorto non sarà il crocifisso che ha le mani trapassate dai chiodi e il fianco trafitto dalla lancia. Tommaso non è un razionalista che cerca prove, ma un uomo che cerca la coerenza dell'amore. Se Gesù è risorto, dev'essere lo stesso che ha amato fino a farsi distruggere. Le ferite di Cristo non sono segni di sconfitta, ma la condizione necessaria della sua gloria. Una bellezza ferita è l'unica bellezza in cui l'essere umano può davvero rispecchiarsi e trovare salvezza.
E allora tu, credente inquieto come Tommaso, che non si accontenta di un racconto per sentito dire, ma esige l'incontro con la realtà macinata e passata al torchio, vera, segnata dall'esperienza del sacrificio, sii cosciente che la sua inquietudine è nobile perché non cerca una verità facile, ma una verità che abbia cicatrici. Una verità che non sanguina è una verità che non salva. Non salva perché non ha pagato il prezzo dell'amore. La ricerca di Tommaso non teme il contatto con la ferita ma la cerca, la reclama, perché sa che solo nella ferita si trova la vita vera. «Il cristianesimo non è una filosofia del benessere, ma la religione di un Dio che porta i segni dei chiodi» (Primo Mazzolari).
Le stigmate del Risorto dicono che solo se ferita la vita vince la morte. Per l'eternità l'Agnello sgozzato, ritto sul trono, porterà i segni dell'amore ferito.
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