III Domenica di Pasqua (A)




Omelie - Il Vangelo della domenica
a cura di Goffredo Boselli
Vita Pastorale (n. 4/2026)


ANNO A – 19 aprile 2026
III Domenica di Pasqua

Atti 2,14a.22-33 • Salmo 15 • 1 Pietro 1,17-21 • Luca 24,13-35
(Visualizza i brani delle Letture)


IL VIANDANTE STRANIERO

«Solo tu sei forestiero a Gerusalemme!»: i due discepoli in cammino verso Emmaus confessano una verità necessaria, ossia che la condizione del Signore risorto è quella di essere per noi un forestiero. E solo se lo incontriamo come straniero possiamo confessarlo come risorto. I discepoli prendono per estraneo ai fatti accaduti colui che ne era stato il protagonista. In realtà, sono loro estranei a quegli avvenimenti perché non ne hanno compreso il senso.
Il Risorto non comprende le parole dei due discepoli. Per questo chiede loro «che cosa sono questi discorsi che state facendo?». L'interrogativo riguarda più la natura del loro discutere che l'oggetto della loro discussione. Il viandante parla un'altra lingua: i due sono chiusi nel passato («noi speravamo»), in una narrazione di sconfitta. Gesù è straniero perché il suo linguaggio appartiene alla vita che ha vinto la morte, un codice che i due non possiedono.
I discepoli parlano di cronaca, gli raccontano i fatti nudi e crudi. Lo straniero ci costringe a decostruire il nostro linguaggio, rivelandoci che spesso ciò che chiamiamo verità è solo cronaca o abitudine. Gesù invece parla di storia e del suo significato profondo. Discutendo tra loro lungo il cammino, i due sono restati alla superficie degli avvenimenti. La passione e la morte del Rabbi di Nazaret sono ai loro occhi degli aneddoti da raccontare. Sono usciti dalla storia perché hanno finito di sperare la salvezza all'interno della storia. Al viandante confessano: «noi speravamo...», al passato. Adesso non sperano più e così non possono più stare nella grande storia di Dio con il suo popolo, dove ogni avvenimento, portando in sé un senso, racchiude il mistero.
Il viandante è poi straniero nella fede. In verità, il Risorto non ha un'altra fede, ma ha fede in un Messia altro. «Spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui», a Gesù il Nazareno crocifisso. Lo scopo è quello di far comprendere ai discepoli che essi non avrebbero mai potuto sperare in Gesù come Messia senza integrare alla sua persona quella necessaria sofferenza annunciata dai profeti: «Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze?».
Il Risorto rimanda i discepoli non a una generica memoria del loro maestro, ma a "queste sofferenze" e al loro significato. La stranierità di Gesù risiede nel volto del Messia: i discepoli cercavano un liberatore politico o un maestro di successo. Gesù presenta lo scandalo della sofferenza. Credere nel Risorto significa accettare un Dio che sceglie di stare con le vittime. Se non accettiamo questa stranierità dell'Evangelo non incontreremo mai il Risorto, ma un fantasma dei nostri desideri.
«Resta con noi perché si fa sera»:quando è invitato alla tavola lo straniero diventa ospite. Dio non si impone, attende d'essere desiderato. Il gesto di spezzare il pane che solo Gesù fa in quel modo apre gli occhi dei discepoli. Ma non appena viene riconosciuto, scompare. Il cristiano non possiederà mai il Risorto; lo incontra nel momento in cui accetta di non poterlo trattenere. Cerchiamo il Risorto non in ciò che già conosciamo, ma in ciò che ci è estraneo. Il Risorto cammina oggi sotto le spoglie di chi non parla il nostro linguaggio o non condivide le nostre certezze e, forse, neppure la nostra fede.


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