IV Domenica del Tempo Ordinario (C)
Letture Patristiche


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Letture Patristiche della Domenica
Le letture patristiche sono tratte dal CD-Rom "La Bibbia e i Padri della Chiesa", Ed. Messaggero - Padova, distribuito da Unitelm, 1995.


ANNO C - IV Domenica del Tempo Ordinario

DOMENICA «DEL RIGETTO DEL SIGNORE A NAZARET»

Geremia 1,4-5.17-19 • Salmo 70 • 1 Corinzi 12,31-13,13 • Luca 4,21-30
(Visualizza i brani delle Letture)


1. Nessuno è profeta in patria (Origene, In Luc., 33)
2. L'invidia nemica della misericordia (Ambrogio, In Luc., 4,46 s.)
3. Gesù Cristo è venuto, come Elia per la vedova (Bruno di Segni, In Luc., 1,5)
4. Piegarsi all'altrui volere è segno di sanità e di forza (Giovanni Cassiano, Collationes, 16,23 s.)
5. Cristo portò il lieto annuncio ai poveri di tutta la terra (Cirillo d'Alessandria, dal «Commento sul profeta Isaia»)


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1. Nessuno è profeta in patria

Stando al solo racconto di Luca, Gesù non ha ancora soggiornato a Cafarnao, e non si racconta che egli abbia compiuto miracoli in quella città per il semplice motivo che non vi si è fermato. Ma prima della sua venuta a Cafarnao la sua presenza è segnalata nella sua patria, che è Nazaret; e così egli parla ai suoi concittadini: "Certo mi citerete quel proverbio: medico, cura te stesso. Tutte quelle cose che abbiamo udito essere state fatte a Cafarnao, falle anche qui, nella tua patria" (Lc 4,23). Io credo che un mistero sia nascosto in questo passo, ove Cafarnao, che raffigura i Gentili, passa avanti a Nazaret, che raffigura i Giudei. Gesù, sapendo che nessuno gode di onori nella sua patria, né egli stesso, né i profeti, né gli apostoli, non ha voluto predicare nella sua città e ha predicato tra i Gentili nel timore che i suoi compatrioti gli dicessero: «Certo mi citerete quel proverbio: medico, cura te stesso».
Verrà in effetti il tempo in cui il popolo giudeo dirà: «Tutte quelle cose che abbiamo udito essere state fatte a Cafarnao», cioè i miracoli e i prodigi compiuti tra i Gentili, «falle anche presso di noi, nella tua patria», mostra cioè anche a noi ciò che hai mostrato al mondo intero; annunzia il tuo messaggio a Israele, tuo popolo, affinché almeno, "quando la totalità dei pagani sarà entrata, sia salvo allora tutto Israele" (Rm 11,25-26). Per questo mi sembra che, secondo una linea ben precisa e logica, Gesù, rispondendo alle domande poste dai Nazareni, abbia detto loro: "Nessun profeta è bene accolto nella sua patria" (Lc 4,24); e penso che queste parole siano più vere secondo il mistero che secondo la lettera.
Geremia non è stato ricevuto bene ad Anatot (cf. Ger 11,21), sua patria, né Isaia nella sua, quale essa sia stata, e uguale sorte hanno avuto gli altri profeti: mi sembra pertanto che sia meglio comprendere questo rifiuto intendendo che la patria di tutti i profeti è il popolo della circoncisione che non ha bene accolto né loro, né le loro profezie. Invece i Gentili, che abitavano lontano dai profeti e non li conoscevano, hanno accettato la Parola di Gesù Cristo. «Nessun profeta è bene accolto nella sua patria», cioè dal popolo giudeo. Ma noi, che non appartenevamo all'Alleanza ed eravamo stranieri alle promesse, abbiamo accolto i profeti con tutto il nostro cuore; e Mosè e i profeti che hanno annunziato il Cristo, appartengono più a noi che a loro: infatti, per non aver accolto Gesù, essi non hanno accolto neppure coloro che lo avevano annunziato.
Così dopo aver detto: «Nessun profeta è bene accolto nella sua patria», aggiunge: "In verità io vi dico che c'erano molte vedove in Israele ai giorni di Elia, quando il cielo stette chiuso per tre anni e sei mesi" (Lc 4,25). Ecco il significato di queste parole: Elia era un profeta e si trovava in mezzo al popolo giudeo, ma nel momento di compiere un prodigio, benché ci fossero parecchie vedove in Israele, egli le trascurò e venne a trovare "una vedova di Sarepta, nel paese di Sidone" (cf. 1Re 17,9), una povera donna pagana, che raffigurava in se stessa l'immagine della futura realtà. Infatti il popolo di Israele era in preda a una "fame e sete, non di pane e d'acqua, ma di ascoltare la Parola di Dio" (Am 8,11) quando Elia venne da questa vedova, di cui il Profeta parla dicendo: "I figli dell'abbandonata sono più numerosi dei figli della maritata" (Is 54,1); e, appena arrivato, moltiplicò il pane e il cibo di questa donna.
Eri tu la vedova di Sarepta, nel paese di Sidone, nel paese da cui viene fuori la Cananea (Mt 15,22) che desidera veder guarita la propria figlia e che, a causa della sua fede, merita di vedere accolta la propria preghiera. "C'erano dunque molte vedove in Israele ma a nessuna di esse Elia fu inviato se non alla povera vedova di Sarepta" (Lc 4,26).
Cristo aggiunge ancora un altro esempio che ha il medesimo significato: "C'erano molti lebbrosi in Israele nei giorni del profeta Eliseo, e nessuno di essi fu mondato, salvo soltanto Naaman il Siro" (Lc 4,27), che certamente non apparteneva al popolo di Israele. Considera il gran numero di lebbrosi esistente sino ad oggi "in Israele secondo la carne" (1Cor 10,18); e osserva d'altra parte che è dall'Eliseo spirituale, il nostro Signore e Salvatore, che vengono purificati nel mistero del Battesimo gli uomini coperti dalla sozzura della lebbra, e che a te sono rivolte le parole: "Alzati, va' al Giordano, lavati, e la tua carne ritornerà sana" (2Re 5,10). Naaman si alzò, se ne andò e, bagnandosi, compì il mistero del Battesimo, in quanto "la sua carne divenne simile alla carne di un fanciullo" (2Re 5,14). Di quale fanciullo? Di colui che, "nel bagno della rigenerazione" (Tt 3,5), nascerà in Cristo Gesù, "cui appartengono la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen" (1Pt 4,11).

(Origene, In Luc., 33)

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2. L'invidia nemica della misericordia

"In verità vi dico che nessun profeta è accetto in patria sua" (Lc 4,24). L'invidia non si manifesta mai per metà: dimentica dell'amore tra concittadini, fa diventare motivi di odio anche le naturali ragioni di affetto. Ma con questo esempio, e con queste parole, si vuol indicare che invano tu potresti attendere la grazia della misericordia celeste, se nutri invidia per la virtù degli altri; Dio, infatti, disprezza gli invidiosi e allontana le meraviglie del suo potere da coloro che disprezzano, negli altri, i doni suoi. Le azioni del Signore nella sua carne, sono espressione della sua divinità, e le sue cose invisibili ci vengono mostrate attraverso quelle visibili.
Non a caso il Signore si scusa di non aver operato in patria i miracoli propri della sua potenza, allo scopo che nessuno di noi pensi che l'amor di patria debba essere considerato cosa di poco conto. Non poteva infatti non amare i suoi concittadini, egli che amava tutti gli uomini: sono stati essi che, con il loro odio, hanno rinunziato a quest'amore per la loro patria. Infatti l'amore "non è invidioso, non si gonfia d'orgoglio" (1Cor 13,4). E, tuttavia, questa patria non è priva dei benefici di Dio: quale miracolo più grande infatti avvenne in essa della nascita di Cristo? Vedi dunque quali danni procura l'odio: a causa di esso vien giudicata indegna la patria, nella quale egli poteva operare come cittadino, dopo che era stata trovata degna di vederlo nascere nel suo seno come Figlio di Dio...
"C'erano molti lebbrosi al tempo del profeta Eliseo, e nessuno di essi fu mondato, ma solo il siro Naaman" (Lc 4,27).
È chiaro che questa parola del Signore e Salvatore ci spinge e ci esorta allo zelo di venerare Dio, poiché egli mostra che nessuno è guarito ed è stato liberato dalla malattia che macchia la sua carne, se non ha cercato la salute con desiderio religioso; infatti i doni di Dio non vengono dati a coloro che dormono, ma a coloro che vegliano...
Perché il Profeta non curava i suoi fratelli e concittadini, non guariva i suoi, mentre guariva gli stranieri, coloro che non praticavano la legge e non avevano comunanza di religione, se non perché la guarigione dipende dalla volontà, non dalla nazione cui uno appartiene, e perché il beneficio divino si concede a chi lo desidera e l'invoca, e non per diritto di nascita? Impara quindi a pregare per ciò che desideri ottenere: il beneficio dei doni celesti non tocca in sorte agli indifferenti.

(Ambrogio, In Luc., 4, 46 s.)

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3. Gesù Cristo è venuto, come Elia per la vedova

"In verità vi dico: C'erano molte vedove al tempo di Elia in Israele, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi, quando venne una gran fame su tutta la terra; e a nessuna di loro fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone" (Lc 4,25). Non sono stato mandato a voi, dice; non son venuto per guarire voi, perché non a tutte le vedove fu mandato Elia. Questo significava la sua condotta; lui era un segno, io sono la realtà. Io son venuto a curare, a saziare di cibo spirituale, a strappare dalla fame e dall'indigenza quella vedova di cui è scritto: "Benedirò la sua vedova, sazierò di pane i suoi poveri" (Sal 131,15). Questa vedova è la santa Chiesa ma può essere anche qualunque anima dei fedeli. Il Signore, infatti, venne per chiamare tutti e a liberare tutti dalla fame. Se non fosse venuto e non avesse parlato, non avrebbero commesso peccato; ma ora non hanno una giustificazione per i loro peccati.

(Bruno di Segni, In Luc., 1, 5)

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4. Piegarsi all'altrui volere è segno di sanità e di forza

È risaputo che in generale chi sottomette la propria volontà a quella del fratello dimostra di agire meglio di chi difende ostinatamente le proprie opinioni. Quegli infatti, sostenendo e tollerando il prossimo, si pone tra i sani e i forti; questi, tra i deboli e in qualche modo malati prende posto, avendo bisogno di essere carezzato e coccolato, tanto che per tenerlo quieto e in pace, occorre talvolta trascurare anche le cose necessarie.
Se avviene che qualcuno debba trascurare una pratica di perfezione per far questo, non pensi di nuocere alla propria perfezione, ché anzi quanto più avrà accondisceso alle esigenze del fratello più debole tanto più avrà, per la pazienza e la longanimità usate, segnato dei progressi. Così suona infatti il precetto apostolico: "Noi che siamo i forti abbiamo l'obbligo di sopportare l'infermità dei deboli" (Rm 15,1); e inoltre: "Portate gli uni i pesi degli altri, così avrete adempiuto la legge di Cristo" (Gal 6,2). Giammai, in effetti, un debole può dar forza ad un altro debole, né può sopportare o curare un malato chi si trova nelle identiche condizioni; può invece portar rimedio al debole solo chi non soggiace alla debolezza. A tal proposito è detto, infatti: "Medico, cura te stesso" (Lc 4,23).
A questo punto, va sottolineata una cosa: è tipico della natura dei malati l'essere facili e pronti alle offese e a far scoppiare contese, mentre a loro volta esigono di non essere neppure sfiorati da ombra di ingiuria. Mentre lanciano le invettive più insolenti, trattando gli altri con la più spregiudicata libertà, non son disposti ad incassare la più piccola o lieve mancanza nei loro confronti.

(Giovanni Cassiano, Collationes, 16, 23 s.)

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5. Cristo portò il lieto annuncio ai poveri di tutta la terra

Cristo, volendo restaurare il mondo e ricondurre tutti gli uomini al Padre, trasformare in meglio tutte le cose e rinnovare la faccia della terra, assunse la condizione di servo (cfr. Fil 2,7) - egli Signore dell'universo - e annunziò la buona novella ai poveri, affermando che proprio per questo era stato mandato.
Per poveri si possono intendere quelli che soffrono nella totale indigenza, ma anche, come dice la Scrittura, tutti quelli che non posseggono la speranza e che nel mondo sono privi di Dio.
Arrivati a Cristo dal paganesimo, arricchiti dalla fede in lui, hanno conseguito un tesoro divino venuto dal cielo, la predicazione dell’evangelo della salvezza, resi partecipi in tal modo del regno dei cieli e consorti dei santi, eredi di quei beni che non si possono né immaginare né domandare: «cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d'uomo; queste ha preparato Dio per coloro che lo amano» (1Cor 2,9).
O forse qui s'intende che ai poveri in spirito è stato donato nel Cristo abbondante ministero di carismi. Egli chiama coloro che hanno il cuore smarrito, e l'animo debole e fiacco, quelli che sono incapaci di resistere agli assalti delle tentazioni, talmente soggetti alle passioni da sembrarne schiavi. Ebbene, proprio a questi egli promette guarigione e aiuto, così come ai ciechi dona la vista (cfr. Is 35,3-5; 61,1-3). Infatti quelli che adorano una creatura e «dicono a un pezzo di legno: tu sei mio padre; e a una pietra: tu mi hai generato» Ger 2,27) certo non hanno conosciuto Dio. Che cosa sono se non dei ciechi nel cuore, privi della luce divina per intendere? A costoro il Padre infonde la luce di una vera conoscenza di Dio.
Chiamati per mezzo della fede, lo hanno conosciuto; anzi, più ancora, sono stati conosciuti da lui. Mentre erano figli della notte e delle tenebre, son diventati figli della luce. Il giorno è spuntato a illuminarli, ed è sorto per loro il sole di giustizia; per loro si è levata lucente la stella del mattino (cfr. 2Pt 1,19).
Nulla ci vieta di applicare tutto questo anche ai fratelli venuti dal giudaismo. Anch'essi erano «poveri», «col cuore spezzato», come «schiavi» e «nelle tenebre». Ma venne Cristo,e a Israele prima che agli altri si annunziò con le benefiche e fulgide manifestazioni della sua potenza, proclamò «l'anno di misericordia del Signore» e il «giorno della salvezza» (cfr. Is 49,8; 61,1-2). Anno della misericordia era quello in cui Cristo fu crocifisso per noi. Allora davvero noi siamo diventati cari a Dio Padre, e per mezzo di Cristo abbiamo dato frutto. Ce lo ha insegnato egli stesso: «In verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; ma se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).
A coloro che piangevano su Sion venne offerta in Cristo la consolazione, e la gloria invece della cenere. Cessarono infatti di piangerla, e cominciarono a predicare e annunziare l’evangelo della gioia.

(Cirillo d'Alessandria, dal «Commento sul profeta Isaia»)



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