Omelie - Il Vangelo della domenica
a cura di Goffredo Boselli
Vita Pastorale (n. 6/2026)
ANNO A – 7 giugno 2026
SS. Corpo e Sangue di Cristo
Deuteronomio 8,2-3.14b-16a • Salmo 147 • 1 Corinzi 10,16-17 • Giovanni 6,51-58
(Visualizza i brani delle Letture)
SS. Corpo e Sangue di Cristo
Deuteronomio 8,2-3.14b-16a • Salmo 147 • 1 Corinzi 10,16-17 • Giovanni 6,51-58
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IL PANE DELLO SCANDALO
«La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda»: c'è un realismo in queste parole di Gesù che forse ci infastidisce. Un realismo che riteniamo in fondo non necessario. E forse anche oscuro, come a quei giudei che lo ascoltano e si domandano: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». La reazione dei Giudei conferma che l'autenticità passa spesso anche per lo scandalo. Gesù non cerca il consenso facile, preferisce essere respinto pur di non annacquare la verità del suo dono totale. Gesù rende il suo messaggio più autentico parlando di carne e di sangue, per dire che la fede in lui è una realtà di cui nutrirsi come si mangia il pane. In verità, il testo greco di Giovanni non utilizza il verbo "mangiare" ma "masticare" (trōgein), a dire che la fede nel Cristo non è un'idea a cui si accede con l'intelletto, ma una realtà che va lavorata e trasformata con la vita come i denti masticano e triturano il cibo.
Se gli altri evangelisti prima di lui ci consegnano il racconto del rito eucaristico, Giovanni ci rivela il mistero che il rito celebra. Se nei Sinottici gli apostoli ricevono il pane e il vino quasi con naturalezza, all'interno di una cena pasquale, nel quarto Vangelo l'eucaristia crea una crisi profonda. Giovanni mette in luce che il pane di vita non è un dono per tutti, ma un segno di contraddizione, una pietra d'inciampo. Di fronte al realismo del masticare la carne e bere il sangue, la comunità si spacca. È scioccante che a Cafarnao a dividersi non siano i nemici, ma i discepoli. Nei Vangeli l'eucaristia non divide il mondo dalla Chiesa, ma spacca la Chiesa dall'interno. Per l'evangelista Giovanni, l'euca ristia non è un rito di aggregamento immediato, ma un momento di krisis di giudizio. La comunità si divide tra chi torna indietro e chi, come Pietro, riconosce le "parole di vita eterna". Del resto, nel vangelo di Giovanni, Gesù non condanna nessuno: è la sua presenza che genera il giudizio. L'eucaristia è la sua presenza massima. Davanti al pane spezzato, siamo costretti a decidere: o quel pane ti assimila a sé, trasformandoti in dono, o ti risulta così indigesto da costringerti ad andartene.
I discepoli dicono: «Questa parola è dura (skleròs); chi può ascoltarla?» (Gv 6,60). In greco, skleròs non significa solo difficile da capire, ma urtante, tagliente, inaccettabile. L'idea che la vita eterna dipenda dal mangiare la carne e bere il sangue di un uomo crocifisso urta contro il buon senso e la logica umana. Abbiamo forse spiritualizzato l'eucaristia trasformandola in "pane degli angeli", privandola di quella scandalosa fisicità che aveva sconvolto gli ascoltatori di Gesù a Cafarnao?
L'eucaristia non può essere solo la rassicurante ripetizione di un rito, ma anche il perdurare di uno scandalo necessario che impedisce alla fede di risolversi in pura astrazione. Masticare quel Corpo significa accettare che Dio si trova nella concretezza urtante della carne consegnata e del sangue versato. Se il sacramento non ci inquieta, rischiamo di aver trasformato il Pane di vita in un oggetto di consumo devozionale, annacquando la potenza di un Dio che si lascia masticare dalla storia. Partecipare alla tavola eucaristica non è un atto religioso, ma è decidere di non indietreggiare davanti al paradosso di un Dio che si fa cibo per trasformare la nostra fragile carne in eternità. Solo chi accetta lo scandalo della sua vicinanza può ricevere il dono della sua vita.
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