Santissima Trinità (A)




Omelie - Il Vangelo della domenica
a cura di Goffredo Boselli
Vita Pastorale (n. 5/2026)


ANNO A – 31 maggio 2026
Santissima Trinità

Esodo 34,4b-6.8-9 • Salmo Dn 3,52-56 • 2 Corinzi 13,11-13 • Giovanni 3,16-18
(Visualizza i brani delle Letture)


DIO HA UNA STORIA DA RACCONTARE

«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio», questo atto di Dio è un atto più grande della creazione stessa del mondo. In principio Dio ha dominato il caos primordiale con la forza della sua parola, nella pienezza dei tempi Dio è entrato nel caos umano attraverso la fragilità dell'amore che abbraccia l'umanità. Sì, creare il mondo è costato a Dio solo una parola, redimerlo gli è costato il Figlio. La redenzione è più grande della creazione, perché rivela chi Dio è veramente: amore che si priva di sé fino a donare il Figlio per quell'umanità che ha creato e poi si è rivoltata contro di lui.
Il Figlio patisce nella carne perché il Padre ha già patito nell'atto di donare lui al mondo. Prima di essere del Figlio sulla croce, la sofferenza è del Padre che dà il Figlio per amore dell'uomo. Per questo la croce non è un evento accaduto fuori da Dio, ma un evento che accadde prima di tutto in Dio. La passione del Figlio è l'estensione visibile, carnale, storica di una passione eterna del Padre, il cui amore è così radicale da farsi disarmato, feribile.
Comprendere la sofferenza del Padre come fondamento della passione del Figlio significa entrare nel cuore del mistero della Trinità. Un mistero non più visto come una speculazione astratta, ma come un evento di amore dinamico e vulnerabile. Così, la Trinità non è una spiegazione rassicurante, ma è il dramma di chi ama. Un amore che non accetta la possibilità del tragico è un amore superficiale. L'amore per essere vero non può che essere un dramma. E questa è la natura profonda della rivelazione cristiana. Senza la prova della sofferenza, del rifiuto, del sacrificio l'amore di Dio non avrebbe una storia da raccontare e noi non potremmo adorare il mistero di un Dio uno e trino.
Il Padre dà il Figlio e questo dare non è un semplice dono, ma un abbandono. Dio non tiene il Figlio per sé in una eterna beatitudine, ma lo dà, lo scaglia nel mondo, nella finitezza, e quindi nella possibilità della morte. Lo Spirito santo è quel legame vitale che impedisce all'abbandono del Figlio di diventare una separazione. Nel momento in cui il Padre scaglia il Figlio nel caos umano, lo Spirito è ciò che li tiene uniti. Lo Spirito santo è la prova che il dono del Figlio non è un ripudio, ma una dilatazione dell'amore di Dio fin dentro l'abisso della morte.
La redenzione rivela che la Trinità è il dinamismo di un amore che accetta la ferita dell'alterità. Nel gesto del Padre contempliamo la fecondità del distacco: il Padre non possiede il Figlio, ma lo genera donandolo, rendendo la propria paternità una forma estrema di vulnerabilità.
Sulla croce, l'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito non viene spezzata ma dilatata fino a includere l'abisso della morte. È qui che lo Spirito santo manifestala sua natura più profonda:egli è il vinculum caritatis, il legame d'amore, l'abbraccio di carità che esiste proprio là dove sembra esserci solo abbandono. Allora, partecipare alla vita del Padre, del Figlio e dello Spirito significa credere che là dove c'è una ferita o un grido, lo Spirito sta già gettando un ponte. La nostra vita partecipa al mistero della Trinità quando il nostro amore non evita il tragico, ma lo attraversa, quando accettiamo di amare fino a farci ferire, scoprendo che proprio in quella ferita Dio sta rigenerando il mondo.


--------------------
torna su
torna all'indice
home