Omelie - Il Vangelo della domenica
a cura di Goffredo Boselli
Vita Pastorale (n. 1/2026)
ANNO A – 18 gennaio 2026
II Domenica del Tempo ordinario
Isaia 49,3.5-6 • Salmo 39 • 1 Corinzi 1,1-3 • Giovanni 1,29-34
(Visualizza i brani delle Letture)
II Domenica del Tempo ordinario
Isaia 49,3.5-6 • Salmo 39 • 1 Corinzi 1,1-3 • Giovanni 1,29-34
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LO SPIRITO RIMANE SU GESÙ
«Vedendo Gesù venire verso di lui». Giovanni il Battista vede Gesù e noi vediamo Gesù attraverso i suoi occhi: in questo modo Giovanni gli rende testimonianza. Questa è la prima volta che nel quarto Vangelo Gesù entra in scena. Lo fa senza dire una parola, mentre Giovanni Battista parla per rivelare la sua identità. Il Battista non si rivolge a Gesù, ma ai testimoni della scena e a ogni lettore del Vangelo: «Ecco l'Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!».
Alla fine del racconto, abbiamo una seconda dichiarazione di Giovanni Battista sull'identità di Gesù: «Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». Gesù è quindi sia l'Agnello pasquale che salverà il mondo dal peccato attraverso il dono della sua vita, sia il Figlio di Dio, l'unico capace di compiere quest'opera divina. Tra queste due affermazioni si trova il brano centrale su cui poggia la fede del Battista: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui». Questa testimonianza costituisce il cuore del messaggio di Giovanni: Gesù è veramente il Messia, l'Unto, il Figlio di Dio, perché lo Spirito di Dio dimora stabilmente in lui.
Parlando di Gesù, Giovanni Battista esclama due volte: «Io non lo conoscevo». L'ignoranza che Giovanni rivela svela qualcosa di importante per noi: non ci avviciniamo a Cristo solo attraverso le normali capacità umane, perché, come scrive Paolo, «se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così » (2Cor 5,16).
È chiaro, dunque, che non c'è possibile riconoscimento di Cristo senza lo Spirito santo: non c'è altra via se non quella di accostarsi a Gesù nel mistero della sua persona di Figlio di Dio, in quello della sua presenza come parola che parla nella Scrittura o come pane donato in cibo nell'eucaristia. È questo Spirito, comune al Padre e al Figlio, che ci apre al mistero di Gesù, che ci conduce al Padre. Sentiamo, dunque, quanto sia insostituibile la sua presenza!
Non c'è da stupirsi, quindi, che san Serafino di Sarov (un monaco cristiano e mistico russo, considerato dalle Chiese ortodosse uno dei più importanti) possa affermare che «il vero scopo della vita cristiana è l'acquisizione dello Spirito santo!». "Acquisizione", non nel senso di possesso e di proprietà, ma nel senso di un incessante approfondimento dei nostri cuori che, risolutamente impegnati nell'invocazione dello Spirito, si aprono a una crescente disponibilità che si trasforma in docilità.
Ciò che è anche notevole è che chi entra in questa esperienza di grazia diventa immediatamente testimone di questo incontro con Cristo, per mezzo dello Spirito santo. «Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». È dunque un uomo, «un uomo mandato da Dio, il suo nome era Giovanni» (Gv 1,6); un uomo mandato a diventare testimone di ciò che lo Spirito gli ha rivelato riguardo a Gesù.
Ora, questa missione non è esclusiva del Battista: ogni credente che nel battesimo ha ricevuto lo Spirito è chiamato a diventare testimone del Vangelo di Cristo, «perché porti la mia salvezza fino all'estremità della terra» (Is 49,6).
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