I Domenica di Avvento (A)




Omelie - Il Vangelo della domenica
a cura di Goffredo Boselli
Vita Pastorale (n. 10/2025)


ANNO A – 30 novembre 2025
I Domenica di Avvento

Isaia 2,1-5 • Salmo 121 • Romani 13,11-14a • Matteo 24,37-44
(Visualizza i brani delle Letture)


«VEGLIATE!»

«Vegliate!» Ci sono parole, come questa, che quando risuonano hanno la capacità di rievocare immagini e sentimenti, ma anche paure e speranze. «Vegliate! », questa parola del Signore crea l'Avvento, lo fa essere, lo fa cominciare ancora una volta.
Il Vangelo di questa prima domenica di Avvento ci consegna la figura della generazione di Noè. Gesù dice che la venuta del Figlio dell'uomo sarà«come furono i giorni di Noè». Chegiornisono stati quelli di Noè? «Nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano. Prendevano moglie e prendevano marito». La generazione di Noè, in fondo, cosa faceva di male? Ma Gesù aggiunge: «Non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti». Cioè non si resero conto di quel che stava avvenendo: e un'intera generazione fu spazzata via. Mangiavano, bevevano, si sposavano: quando si riduce la vita umana solo a questo, si è travolti dalla stessa vita. Sfamarsi e accoppiarsi senza accorgersi di nulla è degli animali non degli umani.
Così, la generazione del diluvio raffigura ogni umanità disumana. E una generazione è sempre una civilizzazione, ossia un rapporto con gli altri, con Dio, con la natura. Vegliare significa non ridurre la propria vita al puro soddisfacimento dei bisogni, delle pulsioni. Vegliare significa non ridurci ad appagare gli istinti sociali il cui nome è spesso violenza, ingiustizia, guerra. Ogni civiltà è lo specchio della generazione che l'ha plasmata.
Domandiamoci: i nostri giorni sono poi molto diversi da quelli di Noè? Ciò che viviamo in questi tempi non è forse una forma di diluvio etico, morale, culturale, politico, vale a dire un'implosione sociale? Ma il Vangelo di oggi parla a noi credenti che dobbiamo almeno provare a domandarci: siamo, in realtà, come tutti gli altri? Abbiamo anche mangiato, bevuto, abbiamo appagato i nostri bisogni e fatto i nostri interessi e, come tutti gli altri, non ci siamo accorti di nulla e ora anche noi veniamo travolti?
Eppure, Gesù è venuto per «insegnarci a vivere in questo mondo» (Tt 2,12), ossia per insegnarci un modo di vivere le relazioni, di plasmare una generazione, di creare una civiltà; in sintesi, un modo di stare al mondo secondo il volere di Dio. Allora vegliare è l'esatto contrario di quel «non si accorsero di nulla» e furono travolti. Vegliare è, invece, accorgersi di tutto! Dicendo «Vegliate », il Signore dice a ciascuno di noi: «Accorgiti di tutto!», cioè metti tutto quello che sei nella più piccola cosa che fai. Vegliare significa allora rendersi conto che la nostra umanità e la nostra fede si giocano interamente nelle azioni grandi o piccole che ogni giorno compiamo e nelle parole importanti oppure semplici che escono dalla nostra bocca.
Vegliare è una decisione della volontà e non un impulso dell'istinto. Sempre chi veglia nella notte deve prepararsi alla fatica, alla resistenza, finanche alla lotta: alla lotta con sé stesso, con le sue paure, le debolezze... Ma prepararsi anche alla fatica di esercitare l'intelligenza illuminata dal Vangelo, unica condizione per non adeguarci passivamente a ciò che tutti dicono e fanno. Solo quando constateremo la distanza e, a volte, la totale incompatibilità del nostro pensare con il pensiero dominante, allora avremo cominciato ad avere in noi «il pensiero di Cristo» (1Cor 2,16).


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