Omelie - Il Vangelo della domenica
a cura di Goffredo Boselli
Vita Pastorale (n. 7/2026)
ANNO A – 5 luglio 2026
XIV Domenica del Tempo ordinario
Zaccaria 9,9-10 • Salmo 144 • Romani 8,9.11-13 • Matteo 11,25-30
(Visualizza i brani delle Letture)
XIV Domenica del Tempo ordinario
Zaccaria 9,9-10 • Salmo 144 • Romani 8,9.11-13 • Matteo 11,25-30
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AGGIOGATI CON CRISTO
«Venite a me voi tutti stanchi e oppressi... prendete il mio giogo sopra di voi». Queste parole di Gesù raggiungono il cuore di una delle più grandi scommesse del Vangelo: la trasformazione dell'oppressione e della fatica quotidiana non attraverso la loro eliminazione, ma attraverso un mutamento di significato e di compagnia. Gesù non promette una vita leggera, priva di pesi da portare e fatiche da vivere, promette che il suo giogo è dolce e il suo carico leggero.
Nell'antichità, il giogo era una struttura di legno progettata per aggiogare insieme due buoi, affinché unissero le forze per arare il campo. Spesso si metteva un bue giovane e inesperto accanto a un bue anziano, forte ed esperto, che guidava il passo e sosteneva il peso maggiore. Quando Gesù dice «prendete il mio giogo sopra di voi», intende assicurarci che non siamo soli ad arare il solco della nostra esistenza. Non è lui che pone su di noi il giogo e neppure è lui il nostro giogo, ma si mette accanto a noi e tira con noi. La fatica non scompare, ma la pressione si dimezza, perché la parte più dura del carico la sostiene lui.
Il giogo diventa "dolce" che in greco non ha nulla di sentimentale, ma significa fatto su misura, ben modellato. Nell'antico Oriente, i falegnami creavano i gioghi partendo da una misurazione precisa del collo dell'animale. Un giogo mal fatto avrebbe provocato piaghe, ferite e infezioni, rendendo il lavoro un supplizio. Dire che il giogo di Gesù è "dolce" significa che la sua proposta di vita, l'Evangelo, non deforma la nostra umanità, ma è al suo servizio per sostenerla, valorizzarla, farla crescere.
Prendere il suo giogo significa scegliere di legarsi a lui per stabilire una relazione, un'alleanza fatta di ascolto e obbedienza alla sua parola. E quello di Gesù è un giogo che non ci soggioga. Vinceremo così l'illusione oggi pervasiva dell'assoluta autonomia: l'idea che essere liberi significhi non avere alcun giogo, il credersi autarchici, liberi da legami, perfetti. Chi rifiuta ogni legame non diventa libero, ma si rende schiavo di gioghi invisibili e impersonali: il giudizio degli altri, le dipendenze, l'ansiadel successo, la paura della morte.
Subito dopo aver invitato a prendere il suo giogo, Gesù aggiunge: «E imparate da me, che sono mite e umile di cuore». Questa non è un'aggiunta moraleggiante, ma rivela come Gesù riesce a portare il peso senza farsi spezzare. Se il giogo è ciò di cui è fatta la nostra vita - i legami, i doveri, le fatiche...– la mitezza e l'umiltà sono lo stile interiore con cui la abitiamo. Senza queste disposizioni del cuore, anche il giogo più perfetto e fatto su misura continuerà a ferirci, perché saremo noi a fare resistenza al passo di chi cammina accanto e insieme a noi.
La mitezza è la forza interiore di chi sceglie di non essere contro l'altro ma fare strada con lui. Il mite è il compagno di giogo, che si fa prossimo. Rinuncia a spezzare l'uomo fragile e preferisce portare il peso con lui. L'umiltà non è il sentimento di chi vale poco, ma la consapevolezza del limite umano. Umile è chi accetta l'humus, di essere terra, e che la vita è un solco che non possiamo arare da soli. È solo sintonizzando il nostro passo sul ritmo dell'Evangelo di Cristo che si sperimenta la fine del logorio interiore, e allora si comprende il senso della promessa: «Troverete ristoro per la vostra vita».
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