Tempo ordinario (A) [1] - 2026



Parola che si fa vita


Commenti e Testimonianze sulla Parola (da Camminare insieme)

Con la Domenica di Pasqua 2024 è terminata la pubblicazione dei commenti a cura di Camminare insieme.
Continuo la pubblicazione con i commenti alla Parola di papa Francesco.



"Parola-sintesi" proposta per ogni domenica,
corredata da un commento e da una testimonianza.


2a domenica del Tempo ordinario (A) (18 gennaio 2026)
E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio (Gv 1,34)

3a domenica del Tempo ordinario (A) (25 gennaio 2026)
Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini (Mt 4,19)

4a domenica del Tempo ordinario (A) (1° febbraio 2026)
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,9)

5a domenica del Tempo ordinario (A) (8 febbraio 2026)
Voi siete la luce del mondo… (Mt 5,13-14)

6a domenica del Tempo ordinario (A) (15 febbraio 2026)
Sia invece il vostro parlare "sì,sì" "no,no"; il di più viene dal Maligno (Mt 5,37)


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2a domenica del Tempo ordinario (A) (18 gennaio 2026)
E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio (Gv 1,34)

Il Vangelo della liturgia odierna riporta la testimonianza di Giovanni il Battista su Gesù, dopo averlo battezzato nel fiume Giordano. Dice così: «Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me».
Questa dichiarazione, questa testimonianza, rivela lo spirito di servizio di Giovanni. Egli era stato inviato a preparare la strada al Messia e l'aveva fatto senza risparmiarsi. Umanamente si potrebbe pensare che gli venga riconosciuto un "premio", un posto di rilievo nella vita pubblica di Gesù. Invece no. Giovanni, compiuta la sua missione, sa farsi da parte, si ritira dalla scena per fare posto a Gesù. Ha visto lo Spirito scendere su di Lui, lo ha indicato come l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo e ora si mette a sua volta in umile ascolto. Da profeta diventa discepolo. Ha predicato al popolo, ha raccolto dei discepoli e li ha formati per molto tempo. Eppure non lega nessuno a sé. E questo è difficile ma è il segno del vero educatore: non legare le persone a sé. Giovanni fa così: mette i suoi discepoli sulle orme di Gesù. Non è interessato ad avere un seguito per sé, a ottenere prestigio e successo, ma dà testimonianza e poi fa un passo indietro, perché molti abbiano la gioia di incontrare Gesù. Possiamo dire: apre la porta e se ne va.
Con questo suo spirito di servizio, con la sua capacità di fare posto a Gesù, Giovanni il Battista ci insegna una cosa importante: la libertà dagli attaccamenti. Sì, perché è facile attaccarsi a ruoli e posizioni, al bisogno di essere stimati, riconosciuti e premiati. E questo, pur essendo naturale, non è una cosa buona, perché il servizio comporta la gratuità, il prendersi cura degli altri senza vantaggi per sé, senza secondi fini, senza aspettare il contraccambio. Farà bene anche a noi coltivare, come Giovanni, la virtù di farci da parte al momento opportuno, testimoniando che il punto di riferimento della vita è Gesù. Farsi da parte, imparare a congedarsi: ho fatto questa missione, ho fatto questo incontro, mi faccio da parte e lascio posto al Signore. Imparare a farsi da parte, non prendere qualcosa come un contraccambio per noi.
Pensiamo a quanto è importante questo per un sacerdote, che è chiamato a predicare e celebrare non per protagonismo o per interesse, ma per accompagnare gli altri a Gesù. Pensiamo a quant'è importante per i genitori, che crescono i figli con tanti sacrifici, ma poi li devono lasciare liberi di prendere la loro strada nel lavoro, nel matrimonio, nella vita. È bello e giusto che i genitori continuino ad assicurare la loro presenza, dicendo ai figli: «Non vi lasciamo soli», ma con discrezione, senza invadenza. La libertà di crescere. E lo stesso vale per altri ambiti, come l'amicizia, la vita di coppia, la vita comunitaria. Liberarsi dagli attaccamenti del proprio io e saper farsi da parte costa, ma è molto importante: è il passo decisivo per crescere nello spirito di servizio, senza cercare il contraccambio.

(Francesco, Angelus, 15 gennaio 2023)



Testimonianza di Parola vissuta

Nostra figlia si era preparata con impegno per un esame, ma è tornata a casa piangendo perché non era andato bene. Dopo esserci consultati, mio marito ed io abbiamo deciso che la cena sarebbe stata una vera festa, più che se l'esame fosse riuscito. L'idea è piaciuta anche agli altri figli. Ma il momento veramente toccante è stato quando noi genitori abbiamo cominciato a elencare i fallimenti della nostra vita e come li avevamo superati. Con l'aggiunta delle "confessioni" degli altri, la cena è diventata una comunione profonda, un'occasione di crescita insieme. La ragazza ne è stata felice: «Forse questo fallimento era necessario non soltanto per me ma per tutta la famiglia. Mai avrei pensato che i fallimenti possano aiutare a crescere e a capire la vita. Vi sono molto grata!». Raccontato anche ad altri parenti ed amici, l'episodio è stato riproposto da diversi di loro, con un pretesto qualsiasi, ai propri figli. Alla fine tutti hanno convenuto che la famiglia ha bisogno di andare a fondo con le fragilità di ciascuno per crescere nell'amore.

W.R. – Olanda

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3a domenica del Tempo ordinario (A) (25 gennaio 2026)
Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini (Mt 4,19)

Oggi il Vangelo della Liturgia narra la chiamata dei primi discepoli che, sul lago di Galilea, lasciano tutto per seguire Gesù. Alcuni di loro Lo avevano già incontrato, grazie a Giovanni il Battista, e Dio aveva posto in loro il seme della fede. Ed ecco che adesso Gesù torna a cercarli là dove vivono e lavorano. Il Signore sempre ci cerca; il Signore sempre ci avvicina, sempre. E stavolta rivolge loro una chiamata diretta: «Seguitemi!». E loro «subito lasciarono le reti e lo seguirono». Fermiamoci su questa scena: è il momento dell'incontro decisivo con Gesù, quello che ricorderanno per tutta la vita e che entra nel Vangelo. Da allora seguono Gesù e, per seguirlo, lasciano.
Lasciare per seguire. Con Gesù è sempre così. Si può cominciare in qualche modo ad avvertire il suo fascino, magari grazie ad altri. Poi la conoscenza può diventare più personale e accendere una luce nel cuore. Diventa qualcosa di bello da condividere: "Sai, quel passo del Vangelo mi ha colpito, quell'esperienza di servizio mi ha toccato". Qualche cosa che ti tocca il cuore. E così avranno fatto anche i primi discepoli. Ma prima o poi arriva il momento in cui è necessario lasciare per seguirlo. E lì si deve decidere: lascio alcune certezze e parto per una nuova avventura, oppure rimango dove come sono? È un momento decisivo per ogni cristiano, perché qui si gioca il senso di tutto il resto. Se non si trova il coraggio di mettersi in cammino, c'è il rischio di restare spettatori della propria esistenza e di vivere la fede a metà.
Stare con Gesù, dunque, richiede il coraggio di lasciare, di mettersi in cammino. Che cosa dobbiamo lasciare? Certamente i nostri vizi e, i nostri peccati, che sono come ancore che ci bloccano a riva e ci impediscono di prendere il largo. Per incominciare a lasciare è giusto che partiamo dal chiedere perdono: perdono delle cose che non sono state belle: lascio quelle cose e vado avanti. Ma occorre lasciare anche ciò che ci trattiene dal vivere pienamente, per esempio come le paure, i calcoli egoistici, le garanzie per restare al sicuro vivendo al ribasso. E bisogna anche rinunciare al tempo che si spreca dietro a tante cose inutili. Com'è bello lasciare tutto questo per vivere, ad esempio, il rischio faticoso ma appagante del servizio, o per dedicare tempo alla preghiera, così da crescere nell'amicizia con il Signore. Penso anche a una giovane famiglia, che lascia il quieto vivere per aprirsi all'imprevedibile e bellissima avventura della maternità e della paternità. È un sacrificio, ma basta uno sguardo ai bambini per capire che era giusto lasciare certi ritmi e comodità, per avere questa gioia. Penso a certe professioni, ad esempio a un medico o a un operatore sanitario che hanno rinunciato a tanto tempo libero per studiare e prepararsi, e ora fanno del bene dedicando molte ore del giorno e della notte, molte energie fisiche e mentali per i malati. Penso ai lavoratori che lasciano le comodità, che lasciano il dolce far niente per portare il pane a casa. Insomma, per realizzare la vita occorre accettare la sfida di lasciare. A questo Gesù invita ciascuno di noi oggi.

(Francesco, Angelus, 22 gennaio 2023)



Testimonianza di Parola vissuta

Da più di vent'anni lavoro all'ospedale universitario. Un giorno nel mio reparto di dermatologia è arrivata una paziente che nessuno dei colleghi voleva curare, a motivo dei pregiudizi. Gli esami del sangue avevano infatti accertato che era malata di Aids. Non potendola operare, ho cominciato un trattamento diverso con la radioterapia. Dopo tre mesi stava già meglio. Non potendo trattenerla oltre in ospedale e sapendo che i suoi figli non erano in grado di curarla, mi sono informata se aveva parenti in grado di occuparsene. Ne aveva, ma abitavano in un altro Stato. Ho chiesto allora alle mie colleghe se volevano contribuire a pagarle il biglietto, dato che lei non era in grado di farlo. Abbiamo raccolto i soldi non solo per il viaggio, ma anche per aiutare la sua famiglia. Quando la paziente è partita era felice. Dopo questa esperienza, insieme ai colleghi abbiamo deciso di costituire un fondo per aiutare pazienti in necessità. Quante persone sono state aiutate in questi anni grazie a questo fondo!

K. L.- India

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4a domenica del Tempo ordinario (A) (1° febbraio 2026)
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,9)

Nel Vangelo abbiamo ascoltato Gesù che ammaestra i suoi discepoli e la folla radunata sulla collina presso il lago di Galilea. La parola del Signore risorto e vivo indica anche a noi, oggi, la strada per raggiungere la vera beatitudine, la strada che conduce al Cielo. È un cammino difficile da comprendere perché va controcorrente, ma il Signore ci dice che chi va per questa strada è felice, prima o poi diventa felice.
«Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».
Dobbiamo orientarci fra due idee di pace: la prima è quella biblica, dove compare la bellissima parola shalòm, che esprime abbondanza, floridezza, benessere. Quando in ebraico si augura shalòm, si augura una vita bella, piena, prospera, ma anche secondo la verità e la giustizia, che avranno compimento nel Messia, principe della pace.
C'è poi l'altro senso, più diffuso, per cui la parola "pace" viene intesa come una sorta di tranquillità interiore: sono tranquillo, sono in pace. Questa è un'idea moderna, psicologica e più soggettiva. Si pensa comunemente che la pace sia quiete, armonia, equilibrio interno. Questa accezione della parola "pace" è incompleta e non può essere assolutizzata, perché nella vita l'inquietudine può essere un importante momento di crescita.
A questo punto dobbiamo ricordare che il Signore intende la sua pace come diversa da quella umana, quella del mondo, quando dice: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi». Quella di Gesù è un'altra pace, diversa da quella mondana.
Mi domando, possiamo tutti domandarci: chi sono gli "operatori di pace"? La settima beatitudine è la più attiva, esplicitamente operativa; l'espressione verbale è analoga a quella usata nel primo versetto della Bibbia per la creazione e indica iniziativa e laboriosità. L'amore per sua natura è creativo - l'amore è sempre creativo - e cerca la riconciliazione a qualunque costo. Sono chiamati figli di Dio coloro che hanno appreso l'arte della pace e la esercitano, sanno che non c'è riconciliazione senza dono della propria vita, e che la pace va cercata sempre e comunque. Sempre e comunque! Va cercata così. Questa non è un'opera autonoma frutto delle proprie capacità, è manifestazione della grazia ricevuta da Cristo, che è nostra pace, che ci ha resi figli di Dio.
La vera shalòm e il vero equilibrio interiore sgorgano dalla pace di Cristo, che viene dalla sua Croce e genera un'umanità nuova, incarnata in una infinita schiera di Santi e Sante, inventivi, creativi, che hanno escogitato vie sempre nuove per amare. I Santi, le Sante che costruiscono la pace. Questa vita da figli di Dio, che per il sangue di Cristo cercano e ritrovano i propri fratelli, è la vera felicità. Beati coloro che vanno per questa via.

(Francesco, Omelia, 1° novembre 2015;
Udienza Generale, 15 aprile 2020)



Testimonianza di Parola vissuta

Ryszard Kapuściński. Giornalista, scrittore e saggista polacco (1932-2007) le cui corrispondenze dall'Africa, dall'Iran, dall'Urss sono state tradotte e pubblicate sulle maggiori testate del mondo. Testimone di ben 27 colpi di Stato e rivoluzioni, imprigionato 40 volte e scampato a quattro sentenze di morte. Tra i molti riconoscimenti ricevuti, il Premio Speciale Ilaria Alpi alla carriera nel 2006, la cui motivazione recita: «Maestro di giornalismo serio, capace di scavare in profondità secondo una precisa scelta etica. Professionista pronto al sacrificio e alla condivisione per dare voce a chi non ne ha, ai dimenticati del mondo». Intervistato, ha detto: «Ogni volta che l'uomo ha incontrato l'Altro, si è trovato di fronte a tre possibilità: poteva scegliere la guerra, poteva circondarsi con un muro, poteva instaurare un dialogo. La mia pluriennale esperienza vissuta tra Altri lontani m'insegna che solo la benevolenza nei confronti dell'altro essere umano costituisce il giusto approccio per far vibrare dentro di lui la corda dell'umanità».

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5a domenica del Tempo ordinario (A) (8 febbraio 2026)
Voi siete la luce del mondo… (Mt 5,13-14)

In queste domeniche la liturgia ci propone il cosiddetto Discorso della montagna, nel Vangelo di Matteo. Dopo aver presentato domenica scorsa le Beatitudini, oggi mette in risalto le parole di Gesù che descrivono la missione dei suoi discepoli nel mondo. Egli utilizza le metafore del sale e della luce e le sue parole sono dirette ai discepoli di ogni tempo, quindi anche a noi.
Gesù ci invita ad essere un riflesso della sua luce, attraverso la testimonianza delle opere buone. E dice: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Queste parole sottolineano che noi siamo riconoscibili come veri discepoli di Colui che è la Luce del mondo, non nelle parole, ma dalle nostre opere. Infatti, è soprattutto il nostro comportamento che - nel bene e nel male - lascia un segno negli altri. Abbiamo quindi un compito e una responsabilità per il dono ricevuto: la luce della fede, che è in noi per mezzo di Cristo e dell'azione dello Spirito Santo, non dobbiamo trattenerla come se fosse nostra proprietà. Siamo invece chiamati a farla risplendere nel mondo, a donarla agli altri mediante le opere buone. E quanto ha bisogno il mondo della luce del Vangelo che trasforma, guarisce e garantisce la salvezza a chi lo accoglie! Questa luce noi dobbiamo portarla con le nostre opere buone.
La luce della nostra fede, donandosi, non si spegne ma si rafforza. Invece può venir meno se non la alimentiamo con l'amore e con le opere di carità. Così l'immagine della luce s'incontra con quella del sale. La pagina evangelica, infatti, ci dice che, come discepoli di Cristo, siamo anche «il sale della terra». Il sale è un elemento che, mentre dà sapore, preserva il cibo dall'alterazione e dalla corruzione. Pertanto, la missione dei cristiani nella società è quella di dare "sapore" alla vita con la fede e l'amore che Cristo ci ha donato, e nello stesso tempo di tenere lontani i germi inquinanti dell'egoismo, dell'invidia, della maldicenza, e così via. Questi germi rovinano il tessuto delle nostre comunità, che devono invece risplendere come luoghi di accoglienza, di solidarietà, di riconciliazione. Per adempiere a questa missione, bisogna che noi stessi per primi siamo liberati dalla degenerazione corruttrice degli influssi mondani, contrari a Cristo e al Vangelo; e questa purificazione non finisce mai, va fatta continuamente, va fatta tutti i giorni!
Ognuno di noi è chiamato ad essere luce e sale nel proprio ambiente di vita quotidiana, perseverando nel compito di rigenerare la realtà umana nello spirito del Vangelo e nella prospettiva del regno di Dio.

(Francesco, Angelus, 5 febbraio 2017)



Testimonianza di Parola vissuta

Anche questa mattina mi ero alzata molto stanca. Da qualche giorno, infatti, dormo poco e male a causa di un fastidioso dolore alla spalla e specialmente per il gran caldo. Ma ricordando il mio proposito di fare un favore a mio fratello che vive da solo, fornendogli dei cibi pronti, ho radunato le poche forze che avevo e mi sono messa subito all'opera. Prima ho pulito certe verdure e acceso il forno per cuocerle, poi ho preparato una grossa ciotola di insalata di riso suddivisa in porzioni in modo da venire utilizzata per più giorni. Infine ho aggiunto altre vivande che avevo riposto in freezer. Dopo di che ho telefonato a mio fratello per avvisarlo di venire a ritirare il tutto. Quando è arrivato e s'è reso conto di ciò che avevo fatto per lui, vederlo così felice mi ha scaldato il cuore. La gioia di averlo fatto contento superava di molto la fatica e l'oppressione dovuta al caldo.
Ora che posso dedicarmi un po' a recuperare le forze, sento il cuore leggero e anche tanta gratitudine a Dio che mi dà sempre delle occasioni per amare.

A.B. – Italia

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6a domenica del Tempo ordinario (A) (15 febbraio 2026)
Sia invece il vostro parlare "sì,sì" "no,no"; il di più viene dal Maligno (Mt 5,37)

"Sia il vostro parlare sì sì, no no, il di più viene dal maligno".
Cosa è l'ipocrisia? Si può dire che è paura per la verità. L'ipocrita ha paura per la verità. Si preferisce fingere piuttosto che essere sé stessi. È come truccarsi l'anima, come truccarsi negli atteggiamenti, come truccarsi nel modo di procedere: non è la verità. "Ho paura di procedere come io sono e mi trucco con questi atteggiamenti". E la finzione impedisce il coraggio di dire apertamente la verità e così ci si sottrae facilmente all'obbligo di dirla sempre, dovunque e nonostante tutto. La finzione ti porta a questo: alle mezze verità. E le mezze verità sono una finzione: perché la verità è verità o non è verità. Ma le mezze verità sono questo modo di agire non vero. Si preferisce, come ho detto, fingere piuttosto che essere sé stesso, e la finzione impedisce quel coraggio, di dire apertamente la verità. E così ci si sottrae all'obbligo - e questo è un comandamento - di dire sempre la verità, dirla dovunque e dirla nonostante tutto. E in un ambiente dove le relazioni interpersonali sono vissute all'insegna del formalismo, si diffonde facilmente il virus dell'ipocrisia. Quel sorriso che non viene dal cuore, quel cercare di stare bene con tutti, ma con nessuno…
L'ipocrita è una persona che finge, lusinga e trae in inganno perché vive con una maschera sul volto, e non ha il coraggio di confrontarsi con la verità. Per questo, non è capace di amare veramente - un ipocrita non sa amare - si limita a vivere di egoismo e non ha la forza di mostrare con trasparenza il suo cuore. Ci sono molte situazioni in cui si può verificare l'ipocrisia. Spesso si nasconde nel luogo di lavoro, dove si cerca di apparire amici con i colleghi mentre la competizione porta a colpirli alle spalle. Nella politica non è inusuale trovare ipocriti che vivono uno sdoppiamento tra il pubblico e il privato. È particolarmente detestabile l'ipocrisia nella Chiesa, e purtroppo esiste l'ipocrisia nella Chiesa, e ci sono tanti cristiani e tanti ministri ipocriti. Non dovremmo mai dimenticare le parole del Signore: "Sia il vostro parlare sì sì, no no, il di più viene dal maligno".
E non abbiamo paura di essere veritieri, di dire la verità, di sentire la verità, di conformarci alla verità. Così potremo amare. Un ipocrita non sa amare. Agire altrimenti dalla verità significa mettere a repentaglio l'unità nella Chiesa, quella per la quale il Signore stesso ha pregato.

(Francesco, Udienza Generale, 25 agosto 2021)



Testimonianza di Parola vissuta

Da quando cerco di mettere in pratica le Parole del Vangelo, ho continue conferme che quanto Gesù promette si realizza. Una sera camminavo in una zona popolare della città quando sono stato avvicinato da tre ragazzi, forse drogati: pistola in pugno e aria spavalda, pretendevano che vuotassi le tasche. Anch'io un tempo mi davo arie da prepotente: appartenevo a una banda specializzata in atti vandalici e di disturbo. M'illudevo, cosi facendo, di riempire il vuoto di un'esistenza in cui Dio non aveva posto, solo perché non lo conoscevo. Invece di vedere in quei ragazzi dei "nemici", con molta calma ho consegnato loro l'unica cosa di valore che possedevo, l'orologio, dicendo che preferivo piuttosto "regalarglielo". Stupiti, mi hanno ringraziato e alla fine ci siamo anche salutati con una stretta di mano. Ma non è finita: appena rientrato a casa, ho trovato sulla mia scrivania un pacchetto lasciatomi dai miei: conteneva un orologio della stessa marca di quello che aveva appena preso il volo.

Gerardo – Italia

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