Quale cammino della Chiesa nel terzo millennio?


Il diaconato in Italia n° 213
(novembre/dicembre 2018)

ANALISI


Quale cammino della Chiesa nel terzo millennio?
di Piero Coda

Il recente documento della Commissione Teologica Internazionale (CTI) sulla sinodalità è senz'altro importante e utile per interpretare e promuovere il cammino delle nostre Chiese in risposta all'appello lanciato da Papa Francesco alla conversione spirituale e pastorale e alla riforma in ordine a una più incisiva uscita missionaria. Un documento non per specialisti ma facilmente fruibile sul piano pastorale.

Una sfida e una chance decidente
«Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio». Così Papa Francesco nel discorso del 17 ottobre 2015, uno dei discorsi ecclesialmente più strategici del pontificato, pronunciato in occasione del 50° del Sinodo dei Vescovi istituito da Paolo VI. Un'affermazione programmatica come questa non poteva non ricevere l'attenzione della CTI, che in quest'ultimo quadriennio ha intensamente lavorato per approfondire il significato de "La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa", come recita il titolo del documento. Due centri di gravità vi si stagliano a tutto tondo: che l'assunzione di una corretta pratica sinodale è una sfida decidente e pertanto una chance provvidenziale per la Chiesa oggi; e questo perché la sinodalità esprime e attualizza la natura e la missione più autentiche della Chiesa.
Se è vero infatti che la messa in rilievo della sinodalità come «dimensione costitutiva della Chiesa» è un fatto che, esplicitamente, è piuttosto recente nella Chiesa Cattolica, essendo connessa alla recezione dell'ultimo Concilio; è altrettanto vero che l'esperienza che questa parola esprime affonda le radici nell'evento stesso di Gesù Cristo e nella prassi di vita della comunità cristiana fin dalle origini. Già lo affermava - come ha ricordato Papa Francesco (cfr. n. 3) - un Padre della Chiesa come Giovanni Crisostomo: «Chiesa è nome che sta per sinodo», e cioè per cammino fatto insieme. "Sinodo", infatti, è parola greca composta dalla proposizione sýn, che significa "con", e dal sostantivo hodós, che significa "via". Non furono in origine chiamati «discepoli della Via» - che è Gesù (cfr. Gv 14,6) - i discepoli del Signore, come attestano gli Atti degli Apostoli?
La Chiesa, dunque, come il camminare insieme del Popolo di Dio che scaturisce e si nutre dal radunarsi in assemblea (ekklesía) non solo in quell'evento originario che le dà forma: la celebrazione dell'Eucaristia, quando il Popolo di Dio ascolta la Parola e celebra il sacramento del Corpo e del Sangue del Signore in memoria di Lui, così che Egli si rende presente in mezzo al suo Popolo nella forza creatrice dello Spirito Santo per la salvezza del mondo; ma anche il radunarsi in assemblea per discernere di tempo in tempo, in ascolto dello Spirito Santo, le questioni dottrinali, canoniche e pastorali che la interpellano via via per intraprendere le vie sempre nuove della missione. È così che è scaturita, dal cuore dell'esperienza dal Popolo di Dio, l'ininterrotta prassi sinodale della Chiesa: a livello diocesano, provinciale, regionale e universale.

Un intreccio coerente di chiavi di lettura
Quali le principali chiavi di lettura del documento? La prima va colta nell'indicazione secondo cui plasmare con stile sinodale la missione della Chiesa significa attraversare la soglia di novità che lo Spirito Santo oggi chiede. È questo, in sintesi, il contenuto dell'Introduzione. Viviamo un kairós - si sottolinea -, un momento propizio e interpellante della missione della Chiesa. E la sinodalità è la chiave per interpretarlo. Questo tema si è affermato attraverso la recezione dell'ecclesiologia del Popolo di Dio e della comunione del Vaticano II. Tanto che si è coniato il sostantivo "sinodalità" per esprimere la dinamica grazie alla quale l'eguale dignità di tutti i battezzati, nella diversità convergente dei rispettivi carismi e ministeri, è messa in atto nel costruire insieme la comunità ecclesiale per la missione.
Una seconda chiave di lettura consiste nella rilettura della Tradizione cristiana (Sacra Scrittura e storia della Chiesa) tesa a mostrare come la sinodalità sia sempre stata - tra luci e ombre, tra momenti di arresto e momenti di nuovo slancio - la costante che descrive la novità profetica del Popolo di Dio: ecco il primo capitolo del documento. In esso è da notare l'impegno a descrivere nella dinamica del "camminare insieme" il filo d'oro dell'economia della salvezza che si dispiega in pienezza nell'evento di Gesù Cristo e che è consegnata alla Chiesa come eredità preziosa da far fruttificare nello scorrere dei tempi e nell'incontro con le diverse culture e situazioni. Particolare rilievo, in questo contesto, assume l'ambia e dettagliata descrizione della dinamica sinodale esibita, in forma esemplare e normativa, dal "Concilio apostolico di Gerusalemme" (cfr. nn. 20-21).
Una terza chiave di lettura consiste nell'impegno a mettere a giorno, nelle grandi linee del rinnovamento teologico propiziato dal Vaticano II, il quadro di riferimento per approfondire il significato e le implicazioni dell'esperienza sinodale della Chiesa oggi. È questo il contenuto del secondo capitolo, "Verso una teologia della sinodalità", che assolve al compito di mettere a tema i fondamenti teologici e i contenuti teologali della sinodalità. Due assi ne strutturano l'esposizione: da un lato, il riferimento alla confessio fidei che contempla la Chiesa come "una, santa, cattolica e apostolica" nello specchio della Scrittura e della Tradizione; dall'altro, il riferimento all'ecclesiologia del Popolo di Dio e della comunione del Vaticano II.
Una quarta chiave di lettura (terzo capitolo) richiama in forma descrittiva e in ordinata sintesi i soggetti, le strutture, le modalità specifiche in cui si esprime la prassi sinodale del Popolo di Dio ai suoi vari livelli di esercizio (locale per primo, regionale poi, universale infine), in conformità all'ispirazione originaria che le deriva dalla Rivelazione e in risposta alla "vocazione sinodale" che lo qualifica.
La quinta chiave di lettura coincide con l'invito a radicare la conversione della Chiesa a uno stile sinodale nella conversione del cuore e nella formazione di tutti i membri del Popolo di Dio a esercitare con parresia e responsabilità una partecipazione matura alla missione della Chiesa, facendo del discernimento comunitario la via maestra del servizio al Regno di Dio. Al centro di questa sommaria ma vigorosa descrizione di una spiritualità sinodale della comunione campeggia l'esortazione dell'apostolo Paolo quando, nella lettera ai Filippesi, propone la kenosi di Cristo come l'esigente ma ineludibile via maestra della vita della comunità cristiana (cfr. n. 112).

Una maturazione della coscienza ecclesiale
Un dato di cui tener conto per interpretare la portata del documento è che esso riconosce nell'uso del sostantivo "sinodalità" e dell'aggettivo "sinodale" una novità che non è solo terminologica. Essi indicano infatti «lo specifico modus vivendi et operandi della Chiesa Popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice» (n. 6). Il concetto di sinodalità, in questo senso, va distinto e insieme va messo in relazione con i concetti di comunione e di collegialità. Rispetto a comunione, esplicita il modo di vivere e di operare in concreto della Chiesa in quanto essa è, appunto, comunione e cioè partecipazione dei discepoli al ritmo di amore che unisce nella loro distinzione il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Ma sinodalità dice qualcosa di specifico anche rispetto al concetto di collegialità: che esprime il significato e l'esercizio del ministero dei Vescovi quali membri del collegio episcopale in comunione gerarchica col Vescovo di Roma, a servizio della comunione tra le Chiese locali in seno all'unica e universale Chiesa di Cristo.
Il fatto è che il dinamismo sinodale implica inscindibilmente due cose: la partecipazione e corresponsabilità di tutti i battezzati e l'esercizio specifico dell'autorità di cui, in seno al Popolo di Dio, sono insigniti i Pastori: il Vescovo nella singola Chiesa, il Collegio dei Vescovi in comunione col Papa nei diversi raggruppamenti di Chiese a livello provinciale e regionale e, in forma peculiare, sul livello della Chiesa universale (cfr., in modo specifico, n. 69). Il concetto di sinodalità estende a tutti i membri del Popolo di Dio l'esercizio della partecipazione e corresponsabilità alla vita e alla missione della Chiesa. La promozione della sinodalità, dunque, si coniuga intimamente con la promozione della collegialità episcopale e permette di articolare con pertinenza la partecipazione di tutti alla missione della Chiesa con la specificità del ministero di unità e guida esercitato dai Vescovi in comunione tra loro e con il Vescovo di Roma.

L'essere soggetto di tutta la Chiesa e di tutti nella Chiesa
Si esige oggi - ed è a questo che invita Papa Francesco - un salto di qualità: nel risvegliare le energie e nell'immaginare le forme, in fedeltà creativa al deposito della fede, di una coraggiosa prassi sinodale capace di coinvolgere tutti e ciascuno nel Popolo di Dio. Non si tratta di una semplice operazione di ingegneria istituzionale: si tratta di rendersi disponibili a quella conversione del cuore e dello sguardo che attivi nella vita e nella missione della Chiesa uno stile e una prassi sempre più rispondenti, anche sul livello operativo, alle esigenze del Vangelo e al compito dell'evangelizzazione. Soggetti della sinodalità, infatti, sono tutti i membri del Popolo di Dio: sia intesi nella loro individualità, in quanto battezzati dotati del sensus fidei, di specifici carismi e ministeri, sia intesi comunitariamente, in quanto ogni Chiesa locale è soggetto della vita sinodale e all'interno di ogni Chiesa locale lo sono le famiglie religiose, le associazioni dei fedeli, i nuovi movimenti e comunità ecclesiali.
La sinodalità deve prevedere modalità specifiche di espressione a cominciare dalla parrocchia: al suo interno gli organismi di partecipazione promossi dal Vaticano II non vanno intesi come semplici optionals, ma come strumenti indispensabili per esprimere e promuovere in concreto il coinvolgimento di tutto il Popolo di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. Anche sul livello di ogni Chiesa locale gli organismi di partecipazione e consultazione previsti dal Vaticano II vanno rilanciati. Così a livello dei raggruppamenti di Chiese su scala regionale e continentale: secondo una prospettiva di decentralizzazione e di reciprocità in cui possa esprimersi la dinamica della coappartenenza delle diverse Chiese all'unica Chiesa a servizio della missione nei rispettivi contesti ma sempre con respiro universale. E così sul livello della Chiesa universale, attraverso il rafforzamento di quell'essenziale struttura di esercizio della sinodalità che è il Sinodo dei Vescovi, un'istituzione che chiede di essere promossa e declinata con attenzione ai segni dei tempi e in sintonia con la maturazione della coscienza ecclesiale. Come ha fatto Papa Francesco con la promulgazione della Costituzione apostolica Episcopalis communio (18 settembre 2018).
La sinodalità ha dunque da esprimersi su due fronti: da un lato, è il luogo propizio perché il Popolo di Dio possa impegnarsi in una lettura incisiva dei segni dei tempi per cogliere attraverso di essi, alla luce della Parola di Dio, ciò che lo Spirito dice alla Chiesa; dall'altro, è il luogo propizio perché il Popolo di Dio discerna le strade, i linguaggi, le azioni attraverso i quali il Vangelo possa essere testimoniato dando voce ai primi destinatari del suo annuncio di gioia e liberazione: i poveri, gli scartati, i cercatori di verità e di giustizia.

Sinodalità e cammino ecumenico
In fedeltà a questa logica, la sinodalità diventa banco cruciale di prova di quell'istanza ecumenica che è guadagno irreversibile nella coscienza dei discepoli di Gesù. La CTI non manca di richiamarlo, sia nella sezione storica sia nella sezione pratica. Va in effetti sottolineato il profondo significato che assume l'opzione di dare conto degli sviluppi conosciuti dalla prassi sinodale sia nelle Chiese d'Oriente dopo la rottura della comunione con la Chiesa di Roma (n. 31), sia nelle Comunità ecclesiali nate dalla Riforma protestante e nella Comunione Anglicana (cfr. n. 36).
Per quanto riguarda il rapporto tra "sinodalità e cammino ecumenico" (cap. 4 nn. 115-117) si fa riferimento ai risultati che vengono maturando nel dialogo tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa che, nel documento di Ravenna del 2007 e in quello di Chieti del 2016, individua nel rapporto tra primato a sinodalità la chiave di volta della riconciliazione; così anche nel documento di Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle Chiese: The Church towards a Common Vision, che individua nella sinodalità il tratto distintivo della Chiesa.
Vi è certo la necessità di importanti chiarificazioni: in primis, il rapporto tra partecipazione alla vita sinodale di tutti i battezzati e l'autorità propria dei Pastori; l'interpretazione della comunione tra le Chiese locali e la Chiesa universale espressa attraverso la comunione tra i loro Pastori con il Vescovo di Roma (cfr. n. 117), con la determinazione di quanto pertiene alla legittima pluralità delle forme espressive della fede nelle diverse culture e di quanto inerisce alla sua identità perenne e alla sua unità cattolica. Ma in ogni caso la sinodalità va messa sul tappeto come questione essenziale nel cammino ecumenico per giungere alla piena e visibile unità tra le Chiese e Comunità ecclesiali.

Per un rilancio della cultura della partecipazione e dell'incontro
La sinodalità infine dice qualcosa di essenziale circa l'impegno a rendere presente e operante il lievito, il sale, la luce del Vangelo nel contesto della società planetaria del nostro tempo. Gli appuntamenti cruciali che si profilano all'orizzonte per l'intera famiglia umana chiedono uno spirito e una cultura dell'incontro e del reciproco ascolto, del dialogo e della cooperazione. La disaffezione nei confronti dei metodi e delle strutture di partecipazione nelle società democratiche, la tentazione di chiudersi nei particolarismi, i rigurgiti autoritari e il pericolo di una dittatura strisciante dei poteri economici e della tecnocrazia esigono vigilanza e visione, coinvolgimento, competenza e rinnovato impegno.
Di qui l'esigenza di offrire luoghi e processi di adeguata formazione e di efficace esercitazione al dialogo e alla partecipazione. L'invito di Giovanni Paolo II a vivere la Chiesa come «casa e scuola di comunione» (Nmi, 43) valorizzando le strutture sinodali previste dal Vaticano II, e quello di Papa Francesco ad «avviare processi» di «discernimento, purificazione e riforma» (EG, 30) rivestono un preciso significato anche culturale: nel servizio a un condiviso esercizio della giustizia e della solidarietà sociale a livello locale e a livello globale. Un invito a proseguire il discorso con specifiche competenze e nei diversi ambiti dell'esperienza, per declinare i positivi riflessi che lo stile sinodale nella vita e nella missione della Chiesa può comportare a livello culturale e sociale. Di ciò, oggi, c'è urgente ed estremo bisogno.

(P. Coda, teologo, è preside dell'Istituto Universitario Sophia
a Loppiano, Figline-Incisa Valdarno)


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