XX Domenica del Tempo Ordinario (B)
Lectio divina

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Lectio divina
Abbazia di Santa Maria di Pulsano (FG)
(13 agosto 2018)


ANNO B - XX Domenica del Tempo Ordinario

DOMENICA «III DEL DISCORSO EUCARISTICO»

Proverbi 9,1-6 • Salmo 33 • Efesini 5,15-20 • Giovanni 6,51-58
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Nell'Evangelo di oggi ci avviamo alla conclusione del discorso sul pane della vita, così come viene riferita da san Giovanni. In questo caso più che mai, sarebbe vano voler distinguere ciò che Gesù intendeva dire da ciò che l'evangelista ha compreso, dopo molti anni di esperienza ecclesiale. Tutto il discorso, e in particolare la conclusione, riflette il ricordo serbato da Giovanni dalla rivelazione che Gesù ha fatto di se stesso attraverso la sua parola e la sua croce: egli è stato e continua ad essere per noi il pane vivo disceso dal cielo, carne e sangue donati per la vita del mondo, comunione col Padre e con lo Spirito, cibo di vita eterna e pegno di risurrezione. La conclusione del discorso, accentuando il simbolismo eucaristico già presente nella prima parte, si riferisce in maniera esplicita all'Eucaristia, con parole che si ricollegano strettamente ai racconti dell'ultima cena. Gesù, nel suo sacrificio, sta per offrire la propria persona concreta come cibo e bevanda, che bisognerà mangiare e bere. Accoglierlo realmente sotto i segni sacramentali significherà, per il cristiano, raggiungere con lui un'intimità nuova, partecipare alla comunione divina ed eterna del Padre e del Figlio, ricevere la promessa della risurrezione nell'ultimo giorno. Tutti gli ulteriori sviluppi della fede eucaristica vengono qui messi in stretto rapporto con la missione del Signore e col disegno di salvezza che Dio persegue fin dalle origini.
Un pezzo di pane: è tutto ciò che ci rimane di Gesù, con le sue parole che chiariscono il gesto di prendere e mangiare, entrando in comunione con lui. Chi mangia viene a sua volta «assimilato», unito a Gesù tanto quanto è aperto ad accoglierlo, e viene invitato a donarsi anch'egli senza misura. Potremmo sperare una prova d'amore più grande di questo straordinario scambio?

Antifona d'Ingresso Sal 83,10-11
O Dio, nostra difesa,
contempla il volto del tuo Cristo.
Per me un giorno nel tuo tempio,
è più che mille altrove.


Facciamo ancora nostra oggi l'orazione dell'antif. d'ingresso (Sal 83,10-11 CS) della solenne celebrazione domenicale che si apre molto bene con la preghiera epicletica del Salmista, il quale, impersonando tutta la Comunità orante, chiede al suo Signore che come Sovrano e unico loro Protettore riguardi i suoi fedeli qui adunati (3,4; 30,5; 5,17), e rivolga lo sguardo anche sul volto del suo Unto, gr. Christós, il suo Consacrato dallo Spirito Santo (Is 11,1-2; 61,1-2) Su questo Egli ha concentrato il suo Compiacimento, perché deve eseguire il suo Disegno (79,15) (v. 10). Attratta dalla sublimità, della divina comunione, la Comunità riconosce che anche un solo momento vissuto alla Presenza del Signore nel suo santuario, è preferibile a «mille giorni», il numero dell'illimitatezza, i quali passerebbero invano per l'esistenza dei fedeli (36,16; Pr 15,16; 16,8; 17,1) (v. 11a).

Canto all'Evangelo Gv 6,56
Alleluia, alleluia.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue,
dice il Signore, rimane in me e io in lui.
Alleluia.

La proclamazione della pericope evangelica è orientata dalla rivelazione ultima e sublime che quanti nella fede divina mangiano la Carne e bevono il Sangue del Signore ricevono la reciproca inabitazione: di Lui in essi e di essi in Lui. Il brano dell'Evangelo odierno fa ancora parte del c. 6 di Giovanni (vedi introduzione Dom. precedenti), il discorso "eucaristico" di Gesù. Egli che si è già presentato come il vero pane disceso dal cielo in grado di dare la vita al mondo ora passa ad una ulteriore rivelazione nonostante lo scandalo dei suoi ascoltatori. Gesù parla di «carne» e di «sangue» da mangiare e da bere; la fede non è solo adesione alla sua parola, ma accoglienza della sua persona, fino a farla nutrimento della vita.
Ricordiamo come la critica esegetica abbia tentato, senza successo, di operare una separazione tra le parole di Gesù e quelle di Giovanni, considerate una rielaborazione della catechesi cristiana del periodo apostolico. Probabilmente il discorso di Cafarnao conteneva meno di quanto è riportato al cap. 6, tuttavia le parole di Gesù che Giovanni ha raccolto si devono considerare autentiche seppure provenienti da altri contesti.
Il discorso che l'Evangelo di Giovanni qui riporta è da intendersi certamente in senso eucaristico e specialmente nei vv. 53-56, il corpo centrale della nostra pericope.
La pericope della Domenica precedente si era arrestata all'inizio della parte del discorso che va distinto in quella sul Pane Vivente disceso come la Parola divina da accogliere nella fede (dopo un preambolo, vv. 22-25, sono i vv. 27-40), e il discorso propriamente "eucaristico" (dopo un altro preambolo, che appartiene al primo discorso per immettere nel secondo, vv. 41-42, i vv. 43-58).
Il 4° brano del discorso di Cafarnao (vv. 51-58) tratta infatti il tema sacramentale dell'Eucaristia e come i precedenti brani ancora con una struttura chiastica:
     a - il pane disceso dal cielo... vivrà in eterno (v. 51);
     b - non avete la vita (v. 53);
     c - colui che mangia e beve (v, 54);
     d - il vero cibo e la vera bevanda (v. 55);
     c' - chi mangia e beve (v. 56);
     b' - vivrà in eterno (v. 57);
     a' - il pane disceso dal cielo (v. 5).

Nei vv. 53-58 le parole tematiche più importanti sono i sostantivi carne e sangue che ricorrono quattro volte ognuno, i verbi masticare (mangiare) e bere che s'incontrano rispettivamente quattro e tre volte, mentre il gruppo di voci vita-vivere vi è adoperato sei volte. Pur consapevole della reale difficoltà degli ascoltatori, Gesù non attenua le sue espressioni: nel versetto iniziale "Io sono il pane vivo" (v. 51), Gesù si presenta con il nome di Dio «Io sono». Egli è l'unico che può veramente salvare; non ci sono altri salvatori.
Gesù parla di mangiare la sua carne e di bere il suo sangue!
Mangiare carne umana nell'A. T. era segno di situazioni spaventose. Il sangue poi appartiene a Dio e doveva essere sparso sull'altare del Signore, autore della vita (per il mondo biblico il dono della vita era nel sangue cf. Gen 9,4). Il nuovo banchetto è una novità assoluta rispetto all'esperienza passata della manna: la sua carne è veramente cibo; un cibo che ha la capacità di sconfiggere la morte, donando la vita eterna, risurrezione all'ultimo giorno.
Giovanni ci ricorda che quel Gesù che si è fatto dissanguare fino alla morte ha assunto una figura permanente nell'Eucaristia; ora durante la vita del cristiano, durante la nostra vita, quel pane mangiato ha il potere di unire intimamente a Cristo, di farlo dimorare in lui: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui (v. 56). Questa misteriosa presenza è un germe di resurrezione inserito nella nostra carne fragile. Al tempo stesso la comunione di vita tra Gesù risorto e il credente trova la sua sorgente suprema nel Padre che è il «vivente» per eccellenza (cf. Mt 16,16; 2Cor 6,16). Il Padre è la sorgente della vita (cf. Gv 5,21.26) che tramite il Figlio si riversa sui credenti. In Gesù dunque si realizza l'unità perfetta tra Dio e l'uomo (cf. Gv 17,23) perché egli è la rivelazione perfetta dì Dio nel mondo.

I lettura: Pr 9,1-6
La Cena del Signore è il Convito della divina ed eterna Sapienza, preparato per gli invitati degli ultimi tempi. La sua tipologia risale all'A. T., e qui si pone il testo singolare del «convito della Sapienza». La Sapienza divina è Dio, come spiegano acutamente i Padri: «Quanto si predica di Dio, in Dio è Dio». E poiché la Sapienza è di Dio, sta in Dio, vive in Dio e viene da Dio, è Dio, e Dio è infinita Sapienza.
Ora, la Sapienza appare nell'A. T. come una personificazione. Ella ha edificato la sua reggia, la casa che è santuario sacro. Un'eco di questo viene nel N. T. quanto alla Chiesa fondata sulla pietra (Mt 16,18), come Casa spirituale e tempio (1 Pt 2,5; Ef 2,20.22). La casa della Sapienza è costruita sulle 7 colonne (v. 1), che sono i suoi 7 doni (Is 11,1-2). E anche un'eco di questo viene nel N. T., che vede la Chiesa come la colonna della verità (1 Tim 3,15; vedi anche Ap 1,4). Lì la Sapienza dimora, e lì vuole accogliere i figli suoi, quelli che la accettano. Nell'A. T. infatti la Sapienza si presenta anche come «la Madre dell'amore bello e del timore e della conoscenza e della santa speranza» (Sir 24,24), e insieme come la Sposa divina da amare (Sir 4,11-19; Sap 8,1 e 18; 9,1-4 e 10).
Così ella ha preparato con cura il suo sacro Convito, la carne, come per il Convito delle Nozze per il Figlio del Re (Mt 22,1-4). Insieme ha preparato la gioia del vino (Sal 103,15; 74,9; vedi Ct 8,2), e finalmente la mensa (Sal 22,5; Lc 14,17) con il pane (v. 2). Adesso invia le sue serve (come il Re invia i servi suoi in Mt 22,4) a chiamare i convitati (Pr 8,1-2) in tutte le parti della città, dall'arie in alto alle mura in basso (v. 3). L'invito è altamente motivato: i piccoli gli umili, i poveri, che sono per dono sapienti, sono convocati dalla Madre amorosa (Mt 22,3). Che però si preoccupa anche dei figli insipienti, degli incuranti e ingrati, e li chiama egualmente (v. 4; e v. 16; Sir 51,31-33, Mt 11,25; 1Cor 1,26): «Venite e mangiate il pane mio e bevete il vino preparato per voi» (v. 5; per il pane, reminiscenze di Is 55,1, che si ritrova in Gv 6,27, e per il vino Sal 22,5, e per il bere Gv 7,27-39). La formula è simile all'invito dei Signore ai discepoli nella Cena. Il richiamo della sapienza agli invitati è di abbandonare il loro perenne stato infantile, che è il simbolo della loro stoltezza (Pr 1,4), decidendosi a crescere per vivere veramente (Pr 9,11), e finalmente per avviarsi sulla via dell'intelligenza che porta alla Sapienza e alla Vita (v. 6; 23,29).

Il Salmo responsoriale: 33,2-3.10-11.12-13.14-15, AGI
Il Versetto responsorio, v. 9a, usato anche la Domenica precedente, chiama al Convito del Signore, dove si fa gustare e si fa trovare soave: «Gustate e vedete com'è buono il Signore». Per il contesto di questo Salmo d'azione di grazie, si rinvia alla Domenica precedente, e così per il commento dei vv. 2-3. L'Orante adesso si rivolge alla sua comunità amata, e chiama tutti i santi del Signore, ossia i poveri e pii e devoti, ad avere il timore di Lui, poiché per questi fedeli il Signore elargisce sempre l'abbondanza di beni (v. 10, Sal 32,19; 36,19.25, Pr 10,3). Al contrario, davanti a Lui i ricchi restarono nella miseria e nella fame (Lc 1,52-53), mentre chi cerca il Signore non mancherà di nulla (v. 11).
Perciò l'Orante come un padre buono chiama a sé i fedeli quali figli suoi diletti, per insegnare ad essi il timore del Signore che salva (v. 12; Sal 65,16; Pr 1,8 e Sal 110,10). E li interroga: chi desidera la vita, e sperimentare giorni favorevoli? (v. 13). E allora dà le istruzioni a questo fine. Anzitutto la lingua non deve operare il male e diffondere l'inganno (v. 14). Qui si deve ricordare che la parola per un Ebreo è un "fatto", e che la lingua parlando parole opera fatti. La lingua può essere uno strumento di male e di morte. Il motivo è trattato con insistenza nella Scrittura (Sal 14,3; 38,2; 140,3-4; Pr 13,3; 16,1; 22,23; Gc 1,23; 3,2; 1Pt 2,1.22), e duramente fatto oggetto di condanna del Signore (Mt 5,21-26, proprio a proposito dell'omicidio, e 5,33-37, sul giuramento). Il Salmista infine (v. 15) esorta a evitare il male, e in positivo a operare il bene (Sal 36,27; Is 1,16-17; anche Sal 60,10; Gb 28,28). E a cercare la pace propria e del prossimo, e a mantenerla (Rom 14,19; 12,18; Eb 12,14). Questo è vivere davanti al Signore Buono.


ESAMINIAMO IL BRANO DELL'EVANGELO

v. 51: Gesù ha moltiplicato i pani e ha sfamato la folla, abbondantemente. Ma il gesto non ha il significato che gli ha attribuito la folla. È invece un «segno» e nel linguaggio di Giovanni questo significa che è capace di svelare la realtà profonda di Gesù, «chi egli è per noi». La risposta: È il pane vivente disceso dal cielo e capace di darci la vita. Due aspetti, dunque: l'origine celeste e la dimensione salvifica; una risposta chiara preparata da affermazioni precedenti (cfr. vv. 27.32.35.48).

«Io sono»: La locuzione «egṓ eimi» (soprattutto in Es 3,14 e nel libro del Deutero-Isaia) indica il nome del Signore; il 4° evangelista mette sulla bocca di Gesù questa espressione sacra per proclamare la sua divinità, Gesù di Nazaret è Dio come lo è Jahvè (cf. Gv 8,24.28.58; ecc.). Dalla croce Gesù rivelerà questa sua natura divina (Gv 8,28); anzi quando Gesù pronuncerà questa espressione divina anche i suoi nemici si prostreranno davanti a lui (cf. Gv 18,6). La formula "Io sono" esprime dunque una concentrazione su Gesù; la fede è adesione a lui, prima e più che a una dottrina, ma c'è da comprendere e riconoscere la sua origine (viene dal Padre) e la sua capacità di salvezza (dono per noi), «se uno mangia... vivrà in eterno»: in gr. aiṓn= secoli; indica un tempo lungo. Da ricordare che Paolo chiama Dio "re degli aiṓn" (cf 1Tm 1,17), che regna sopra gli aiṓn e per questo può promettere la vita eterna.

«il pane che io darò»: Mentre nei vv. immediatamente precedenti il pane celeste era considerato come una realtà presente qui è presentato come un dono futuro. Una probabile allusione al sacrificio redentore della croce, che rivelerà l'amore supremo del Padre e del Figlio per l'umanità.

«è la mia carne per la vita del mondo»: Il termine carne, di sapore semitico, indica la persona umana nella sua fragilità e debolezza: il Figlio di Dio fattosi uomo è morto veramente per il popolo giudaico e per tutta l'umanità (cf Gv l11,51s). Sulla croce egli dona tutto se stesso per il mondo. Questo v. 51 di Giovanni è particolarmente importante perché sembra riecheggiare la formula dell'istituzione dell'Eucaristia nella redazione paolina (1Cor 11,23s) e lucana (Lc 22,19). Nel confronto sinottico la differenza più rilevante, tra l'espressione giovannea e quella paolina (e lucana), sta nel sostantivo «carne/corpo»; Paolo e sinottici adoperano corpo, mentre Giovanni usa carne, di sapore semitico, che suggerisce il rapporto tra l'incarnazione e l'Eucaristia. Secondo alcuni, sembra che Giovanni abbia conservato il testo primitivo della formula eucaristica. Parimenti l'evangelista Giovanni esplicita in prospettiva universalistica la locuzione «per voi» che diventa «per la vita del mondo».

v. 52: Comunque il testo del v. 51 è volutamente oscuro ma secondo lo stile tipicamente giovanneo verrà ripreso dal brano successivo che lo chiarirà e lo svilupperà.

«discutevano»: Il gr. máchomai = combattere (in lat. litigabant; in linguaggio popolare qui noi diciamo: baccagliavano); il verbo indica una disputa violenta, una vera lite fra pareri opposti (l'evangelista sembra ispirarsi alle scene di ribellione e di contesa degli ebrei nel deserto cf. ad es. Es 17,2; Nm 20,3.13). Il tema dell'incomprensione è tanto importante che non solo sottolinea tutti i momenti cruciali del discorso, ma costituisce l'oggetto di una sezione a parte, conclusiva (vv. 60ss).
Le folle non lo hanno capito alla moltiplicazione dei pani; hanno letto il segno con i loro occhi prendendolo a conferma della loro parziale ed equivoca attesa messianica. È una prima incomprensione: sono a confronto due schemi messianici.
Successivamente l'incomprensione dei giudei si esplicita e sì approfondisce: essi non riescono a convincersi dell'origine divina di Gesù (vv. 41-42).
È lo sconcerto che nasce dal contrasto fra la pretesa del Cristo e la sua realtà storica; non è più in gioco lo schema messianico, ma tutta una teologia: il modo di concepire Dio, la sua manifestazione, la sua possibilità di inserimento nella storia. Nel v. 52 non comprendono il significato di "sangue" e di "carne"; non comprendono il sacramento, non comprendono che la comunione con Cristo è l'unica strada di salvezza. Come nell'episodio di Nicodemo (cf. Gv 3,2.4.9) i tre interventi (vv. 30.42.52) dei giudei appaiono sempre più brevi e manifestano l'aumento dell'incredulità.

v. 53: Il comportamento di Gesù ora ci sorprende: non discute più, afferma, il dialogo c'è stato e anche la pazienza di Dio, ma ora arrivati al punto c'è spazio per un sì o per un no.

«In verità, in verità»: In gr. amḗn amḗn, è la trasposizione dall'ebraico amén = certamente, veramente, sinceramente (cf amàn = essere saldi, avere fede).
Nell'uso del Giudaismo e della Chiesa si riferisce a ciò che precede (è posto alla fine di un discorso o di una preghiera); nelle parole di Gesù si riferisce sempre a quanto segue (è posto al principio), conferendo solennità alla formula. Con essa Gesù è come se affermasse: «Io vi dico», al contrario dei profeti che usavano le parole: «Dice il Signore». Il suo insegnamento è impartito con autorità e autonomia. Mc lo usa 12 volte; Mt 30; Lc 5; Gv 25 ma nella forma raddoppiata: "Amen, amen".

«Figlio dell'uomo»: Questa espressione (dal gr ánthrōpos) traduce due espressioni ebraico-aramaiche, diverse fra loro di significato: la prima, bar adam, indica l'uomo in quanto creatura, debole; la seconda, bar nash, indica il principe ereditario e colui che è cittadino di pieno diritto, libero. Quest'ultima espressione passò a indicare il capo del popolo di Dio, diventando così un titolo specifico messianico. L'espressione greca quindi può assumere un significato che va da quello altissimo di principe ereditario a quello umile e famigliare che serve a indicare colui che parla in prima persona, tenendo il posto del pronome personale «io».

v. 54 - «Chi mangia... e beve...» : Se l'idea di mangiare la carne di un uomo appariva ripugnante a un uditorio giudaico, tanto più lo era l'idea di bere il sangue, una cosa che era proibita anche dalla legge (cfr. Gen 9,4; Dt 12,16; Lv 17,14).

«Carne e sangue»: È l'espressione veterotestamentaria comune per designare la vita umana.

«Chi mangia»: In gr. trṓgō = pascersi; è da rilevare come qui (e nei vv. 56.57.58) Giovanni sostituisca il verbo mangiare (phágēte) del versetto precedente con un termine molto più crudo che indica l'azione del masticare con i denti (trṓgō). In senso metaforico, "mangiare la carne " in ebr. significa far del male a un nemico (cfr. Sal 27 (26),2). Il verbo è di solito usato per indicare più il mangiare degli animali (cf trogolo dei maiali) che dell'uomo; probabilmente l'evangelista impiega questo verbo per dare un realismo maggiore alla frase non ottenibile con l'altro verbo. Questo verbo nel 4° Evangelo è adoperato quasi esclusivamente nella sezione finale del discorso di Cafarnao (6,54-58), oltre che nella citazione del Salmo 41(40),10 e in Gv 13,18 (es. di esegesi rabbinica). Nel resto del NT ricorre solo in Mt 24,38.
Le parole di Gesù sono di un verismo così accentuato che non possono essere prese in senso traslato per indicare l'interiorizzazione della rivelazione. Il realismo dell'Eucaristia inoltre non può essere concepito come qualcosa di magico, perché questo sacramento deve essere ricevuto nella fede. Mangiare la carne di Cristo e bere il suo sangue è una dimostrazione di fede. L'interpretazione sacramentale di questo brano è favorita anche dall'espressione bere il sangue, posta in parallelo con la frase mangiare la carne. Se la locuzione «carne e sangue» di solito indica l'umanità nella sua debolezza e concretezza (cf. Mt 16,7; 1Cor 15,50; Gal 1,16), nei passi in questione non si parla mai del bere il sangue o di mangiare la carne. Inoltre Giovanni quando vuole parlare dell'umanità, non adopera mai la locuzione «carne e sangue», ma solo il termine carne (cf. Gv 1,14; 3,6; 6,63; 8,15). Infine il sostantivo sangue («haîma») - ad eccezione del prologo (Gv 1,13) che sembra interpolato - da Gv è sempre riferito a Gesù per indicare il sangue uscito dal suo costato trafitto (Gv 19,34), che purifica i credenti dai peccati (cfr 1 Gv 1,7); anche nel brano dei tre testimoni (1Gv 5,6-8) il sangue sembra alludere all'Eucaristia come l'acqua simboleggia il battesimo.
Questa conclusione può essere confermata dalla ulteriore costatazione che nei libri sapienziali non ricorre mai l'espressione «bere il sangue», che simboleggi l'assimilazione della sapienza o della parola di Dio, mentre è adoperata varie volte l'immagine del mangiare il pane (cf. ad es. la I lett.) o la manna.

«vita eterna»: La mancanza dell'articolo nell'originale gr. mette in risalto la natura e la qualità dei nomi concreti. Il nome "vita" sarebbe perciò da prendere in senso qualitativo non in senso individuale. Verosimilmente l'autore intende sottolineare una sfumatura speciale della frase: la vita (zōḗ) eterna è diversa dalla vita naturale (psiché), la supera non solo per qualità ma anche per durata. È eterna perché viene da Dio e ci mantiene in contatto con Lui.

v. 55 - «vero.. vera»: In gr. alēthḗs = vero , verace; questo aggettivo è diverso da alethinòs il quale (specialmente con l'articolo) indica il solo vero, il solo degno di questo nome. L'evangelista rappresenta nel modo più reale (ciò che è il cibo e la bevanda per l'uomo), il corpo e il sangue di cristo che è il nutrimento per la vita più autentica qual è quella escatologica; ma sottolinea vigorosamente, con tutti i mezzi a sua disposizione, che sì tratta di cibo vero, non immaginario!

vv. 56-57: A recezione dell'Eucaristia stabilisce una comunione di vita tra Cristo e il cristiano (cfr. 1Cor 10,16; la II lett.); siccome la vita del Figlio e del Padre è un tutt'uno, condivisa a sua volta dallo Spirito, nell'Eucaristia il cristiano partecipa alla vita di Dio stesso. Gesù qui spiega ancora che la sua Carne e il suo Sangue sono realmente Cibo che nutre e Bevanda che disseta (v. 55), e che quanti mangiano la sua Carne e bevono il suo Sangue ricevono la reciproca eterna dimora, di Lui in essi e di essi in Lui (v. 56). Tale promessa torna più volte in Giovanni (Gv 15,4-5, come la Vite e i tralci; 17,21, nella Preghiera sacerdotale; 1Gv 3,24; 4,13.15-16). E sostiene la spiegazione con una specie di sillogismo: il Padre, il Dio Vivente (3,16; Mt 16,16), inviò il Figlio nel mondo (Gv 6,29; 3,17), e il Figlio vive per il Padre e non per se stesso (11,25; Ap 1,18), così quanti mangiano Lui vivranno per Lui, e non più per se stessi (Gv 6,57). Anche Paolo dice questo dei fedeli dopo l'iniziazione a Cristo Signore (Rom 6,10-11). I Padri spiegano qui che non Cristo si trasforma in quelli che Lo mangiano, bensì questi da Lui sono trasformati in Lui (S. Agostino).

v. 58: Nella conclusione è subito evidente l'inclusione col v. 31, quasi un ritorno all'inizio di tutto il discorso. Il Signore conclude con una sintesi in 3 momenti:
   1 «Questo è il Pane che discende dal cielo» (Gv 6,58a, che riproduce i vv. 32-33), ma nelle due forme della Parola della fede e della Carne e del Sangue del Convito.
   2. Non avviene più come ai padri antichi nel deserto e morirono (v. 58b, che rimanda al v. 31).
   3. Bensì chi mangia «questo Pane» nelle sue due forme, vive per l'eternità senza limiti (v. 58c, che rimanda al v. 52).
Il motivo del contrasto col dono della manna era già presente nel "segno"; la manna periva, mentre il pane di cristo rimane ed è abbondante. Il rapporto non è solo di superamento, ma anche di compimento; altro scandalo! La manna, nelle meditazioni bibliche (cfr. I lett.; Sal 78,24ss; Sap 16,20), non è più un cibo materiale ma la Parola di Dio. Ora Gesù, il figlio del falegname afferma di riassumere in sé tutte queste attese e di portarle a compimento.
Un altro elemento importante della dottrina eucaristica giovannea, da non sottovalutare è l'aspetto comunitario ed ecclesiale. Il discorso di Cafarnao infatti ha come interlocutori la folla e la comunità dei discepoli: mentre il gruppo dei galilei si scandalizza alle dichiarazioni di Gesù (vv. 52.60ss), i «dodici» accetteranno la rivelazione del Maestro, per quanto sconcertante possa apparire (cfr. v. 67ss).

Così noi oggi celebriamo:

II Colletta
O Dio della vita,
che in questo giorno santo
ci fai tuoi amici e commensali,
guarda la tua Chiesa che canta nel tempo
la beata speranza della risurrezione finale,
e donaci la certezza di partecipare
al festoso banchetto del tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...




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