Omelie - Il Vangelo della domenica
a cura di Goffredo Boselli
Vita Pastorale (n. 6/2026)
ANNO A – 28 giugno 2026
XIII Domenica del Tempo ordinario
2Re 4,8-11.14-16a • Salmo 88 • Romani 6,3-4.8-11 • Matteo 10,37-42
(Visualizza i brani delle Letture)
XIII Domenica del Tempo ordinario
2Re 4,8-11.14-16a • Salmo 88 • Romani 6,3-4.8-11 • Matteo 10,37-42
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LA VITA RITROVATA
«Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà». Questa è la frase di Gesù più ripetuta nei Vangeli, vi compare sei volte. È una frequenza impressionante che la rende il cardine dell'annuncio cristiano. Il fatto che sia così attestata suggerisce che i primi cristiani vi hanno visto la chiave di volta per interpretare non solo l'intera vita di Gesù, ma la condizione umana in quanto tale.
Per giungere alla libertà da sé stessi e perfino dalla propria vita, Gesù inizia chiedendo ai suoi discepoli di essere liberi dai legami di sangue: «Chi ama suo padre e sua madre più di me non è degno di me». La famiglia è per tutti la prima identità ricevuta e Gesù interviene proprio qui, non per distruggere l'affetto, ma per scardinare il determinismo naturale, sociale e psicologico. La famiglia è la radice, non può diventare una catena. Gesù offre al discepolo una via d'uscita dalle aspettative, dai desideri o dai compiti inconsci che ogni famiglia trasmette più o meno inconsapevolmente.
«Non è degno di me», è una delle espressioni più forti e spiazzanti di Gesù. Chi resta prigioniero dei legami di sangue - che in quanto naturali sono legami di protezione, di sostegno, di autoconservazione - non può entrare nella folle logica del Regno che è di esposizione, di dono e perdita di sé. Non è degno di Cristo chi è troppo saturo di altro per poter contenere quel tipo di vita che il suo amore vuole donare. I genitori donano la vita biologica, che è una vita preziosa ma segnata dalla finitudine. Gesù Cristo chiama alla vita viva, la vita che Gesù ha in sé stesso: «Chi ha il Figlio ha la vita», confessa l'apostolo. Gesù chiede un amore radicale perché non sta semplicemente migliorando la nostra vita biologica, ma sta innestando in noi la vita di Dio, la vita che fa vivere.
Ed è a questo punto che risuona la frase più ripetuta da Gesù nei Vangeli: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà». Questo logion tocca il cuore del paradosso dell'esistenza: perdere la vita per trovarla. Questa è la tensione tra l'istinto di autoconservazione e la vocazione al dono totale di sé. Se la vita biologica ci spinge a trattenere, a recintare e a difendere per non morire, la vita alla quale Gesù chiama ci invita a un movimento opposto: perdere, aprire, donare. Il paradosso del Vangelo sta nel fatto che la vita è un bene che si possiede davvero solo nel momento in cui si ha il coraggio di donarla, la si guadagna quando la si perde. Se la vita è egoisticamente trattenuta, marcisce; se è donata si trasforma in amore, l'unica sostanza che vince la morte. La morte porta via ciò che abbiamo, ma non cancella ciò che siamo diventati attraverso il dono di noi stessi.
«Chi avrà perduto la propria vita la troverà»: ecco, la vita ritrovata. Ritrovare la vita significa sperimentare che dentro la nostra biologia mortale abita una sorgente che non si esaurisce. Si trova una capacità di amare, sperare e perdonare che non viene dalle nostre forze naturali, ma dalla vita divina innestata in noi con il battesimo. Quando l'uomo smette di voler salvare sé stesso con le proprie forze, riceve da Dio una vita nuova, qualitativamente diversa. La vita quella eterna non è un evento futuro, ma una qualità di vita che può iniziare già nel presente.
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