XVIII Domenica del Tempo Ordinario (B)
Letture Patristiche

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Letture Patristiche della Domenica
Le letture patristiche sono tratte dal CD-Rom "La Bibbia e i Padri della Chiesa", Ed. Messaggero - Padova, distribuito da Unitelm, 1995.


ANNO B - XVIII Domenica del Tempo Ordinario


DOMENICA «I DEL DISCORSO EUCARISTICO»

Esodo 16,2-4.12-15 • Salmo 77 • Efesini 4,17.20-24 • Giovanni 6,24-35
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Discorso 130/A di sant'Agostino vescovo sulle parole del vangelo:
"Io sono il pane disceso dal cielo" e "procuratevi il cibo che non perisce ma rimane in eterno"
(Gv 6,41.51 e 27).


Il cibo materiale e il cibo spirituale

1. Il nostro Signore Gesù Cristo chiamandosi pane va in cerca di affamati (Cf. Gv 6, 35.48,51). Ora di questo pane non può aver fame se non chi ha sana la mente, cioè lo stomaco interiore. Prendi l'esempio dal nostro pane materiale: gli uomini debilitati, cioè coloro che per una malattia provano della nausea, di fronte a un pane eccellente possono elogiarlo ma non riescono a mangiarlo. Lo stesso è dell'uomo interiore: quando è interiormente illanguidito, non è portato a mangiare il pane celeste perché è impedito dalla nausea, e, sebbene sia capace di farne gli elogi, non prova gusto a cibarsene. Ma il Signore, come abbiamo ascoltato, dice: Procuratevi non il cibo che perisce ma quello che rimane per la vita eterna (Gv 6,27), distinguendo il suo cibo da quello visibile e materiale, di cui diceva altrove: Tutto ciò che entra nella bocca va a finire nel ventre e si scarica nella fogna (Mt 15,17). È dunque un cibo che perisce. Ma voi - dice - procuratevi non il cibo che perisce ma quello che rimane per la vita eterna (Gv 6,27). Questo cibo egli lo chiama "pane" e dimostra che quel pane è lui stesso. Ma che vorrà significare quel "procurarsi un tal cibo" se non mangiarlo? Se infatti quel cibo è un pane, esso è anche Cristo. Ora chi di noi può procurarsi Cristo, chi di noi può realizzare Cristo se non chi adempie i precetti di Cristo? Lo dice l'Apostolo: Voi siete il corpo di Cristo e le sue membra (1Cor 12,27). Realizziamo dunque Cristo, cioè procuriamoci questo cibo.

Compie l’opera di Dio colui che crede in Cristo

2. Ben a proposito, quelli che posero la domanda e ne udirono la risposta la udirono anche per noi, come anche a nome nostro gli avevano posto la domanda, dicendo: Cosa dobbiamo fare per compiere l'opera di Dio? (Gv 6,28), Egli rispose con una frase breve ma stupenda e grandiosa. Disse: L'opera di Dio è questa: che crediate in colui che egli ha mandato (Gv 6,29). È questa una parola breve, ma, se la apprezzi a dovere, è grandiosa: si fa presto a dirla, ma non è facile compierla. Ora, fra tanta gente che mi si accalca attorno qualcuno mi dirà: "Chi di noi – dice – non crede in Cristo?". Quindi, se tutti abbiamo creduto in Cristo, non c'è più motivo di farci delle esortazioni. Perché? Perché questa è l'opera di Dio; e tu, cos'altro cerchi se non che compiamo l'opera di Dio e da Dio ci aspettiamo la ricompensa? Perché dunque stai ad angustiarti? Perché continui a scartabellare i paginoni della Scrittura e percorrendoli in lungo e in largo ti sforzi di cercare e trovare come si compia l'opera di Dio? Ecco tu hai, nelle parole che ti rivolge il tuo Signore, e la verità e la brevità. Non fare tanti sforzi, non sudare, non affaticarti, non agitarti! Questa è l'opera di Dio - dice - che tu creda in colui che egli ha mandato". Ma come la mettiamo con quel che dice Giacomo quando ammonisce: Credi tu che c'è un solo Dio? Fai bene: ma anche i demoni lo credono e ne tremano! (Gc 2,19). E vuol dire: Non pensare che compi un'opera straordinaria quando credi che Dio è uno solo. Anche i demoni lo credono e ne tremano! O che forse i demoni non credono nel Figlio di Dio? Come fanno allora a dirgli: Noi sappiamo chi sei (Mc 1,24; Lc 4,34)? Lo dicono forse mentendo? O lo dicono senza sapere ciò che dicono? Ecco un altro passo dove il senso è più chiaro. Dicono: Tu sei il Santo di Dio (Mc 1,24; Lc 4,34); e gli dicono ancora: Tu sei il Figlio di Dio (Mc 3,12; Lc 4,41). Quando Pietro gli disse questa medesima cosa, sentì rispondersi dal Signore: Beato te, Simone figlio di Giona, perché non te lo hanno rivelato la carne e il sangue, ma il Padre mio che è nei cieli. E io dico a te, Simone figlio di Giona, che tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa (Mt 16,17-18). Perché tutto questo? Perché egli aveva detto: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16,16). La stessa cosa dissero i demoni e a loro fu detto: State zitti! (Mc 1,25; Lc 4,35) Chi riuscirà a distinguere facilmente le due affermazioni? Se alle stesse parole non fu tributata la stessa lode, non dipenderà per caso dal fatto che diversi erano i cuori? In conformità con le nostre esortazioni, vogliate dunque, o carissimi, comprendere bene ciò che leggete e dite ogni giorno. Anche i demoni credevano che egli era il Cristo e il Figlio di Dio. Lo credevano il Cristo, ma non credevano in Cristo. Da adesso dunque il proposito del nostro discorso, per quanto ci è possibile con l'aiuto del Signore, tenderà a questo scopo: spiegare cosa significhi credere in Cristo.

Credere a Cristo e credere in Cristo

3. L'opera di Dio è questa: credere in colui che egli ha mandato (Gv 6,29). Non disse di credere a lui né credere di lui, ma di credere in lui. Noi abbiamo udito le parole dei profeti, e crediamo a loro, ma non crediamo in loro. Abbiamo udito la predicazione degli apostoli, e ad essa noi crediamo, ma non crediamo negli apostoli. Non crediamo in Paolo, sebbene noi crediamo a Paolo. Ci furono infatti alcuni che volevano riporre in lui la speranza e quasi credere in lui, ma egli li dissuase con energia, scrivendo che non dovevano credere in lui ma che lui insieme con loro dovevano credere in Cristo. O che forse Paolo è stato crocifisso per voi o siete stati battezzati nel nome di lui? (1Cor 1,13). Questo non lo dissero solo gli apostoli e i nostri santi maestri, ma noi stessi, che ad essi non possiamo paragonarci nemmeno per l'idea, diciamo ogni giorno: "Credimi", ma non oseremo mai dire: "Credi in me". Chi non dice frequentemente: "Credimi?", ma "Credi in me" chi osa dirlo? E come non ritenere pazzo colui che lo dicesse? Ma, allora, in chi bisogna credere? In colui del quale Paolo afferma: A chi crede in colui che giustifica l'empio, la sua fede gli viene computata come giustizia (Rm 4,5). Non è pertanto Paolo colui che giustifica l'empio, per cui credendo tu in lui, la tua fede ti possa essere computata come giustizia, appunto perché hai creduto in colui che giustifica l'empio. Ma tu non credi in lui, poiché chi giustifica l'empio non è Paolo, non è Elia, non è uno degli angeli, ma il solo Giusto, il Santo dei santi, del quale fu detto: Affinché egli sia giusto nel concedere la giustizia a colui che è animato dalla fede (Rm 3,26). Quanto a te, si potrà dire che sei giusto, ma è inaudito affermare che tu sei uno che giustifica. Che significa infatti giustificare se non rendere giusto? Come vivificante è colui che fa vivere, come salvifico è colui che salva, così è giustificatore colui che rende giusto. Orbene, chi è che rende giusto l'uomo? Colui che è venuto fra noi giusto, cioè senza peccato. Chi è che rende giusto l'uomo? Colui che non è diventato giusto in questo mondo ma era giusto quando venne nel mondo. Ecco chi è colui nel quale dobbiamo credere se vogliamo compiere l'opera di Dio, poiché l'opera di Dio (Gv 6,29) consiste effettivamente in questo: credere in colui che giustifica l'empio (Rm 4,5).

La fede in Cristo e i precetti della legge

4. Qualcuno mi dirà: A me basta l'aver creduto in Cristo. Perché continui con i tuoi richiami? Questa è l'opera di Dio (Gv 6,29); e colui che mi ha promesso la ricompensa, non esigerà da me alcun'altra opera. In effetti, colui che mi assicura la ricompensa, mi prescrive quello che debbo fare e mi promette quel che riceverò. In questo modo mi delinea la meta del lavoro che compirò infiammato d'amore per la ricompensa. Egli mi dice: "Vuoi vivere in eterno?", proprio come disse a quel tale che gli pose la domanda: Cosa debbo fare per ottenere la vita eterna? (Mt 19,16; Mc 10,17; Lc 18,18). Vuoi vivere in eterno? Fa' questo e vivrai! (Lc 10,28). Ecco dunque che, se io vado a chiedergli: Cosa debbo fare? (Mt 19,16), mi risponde molto brevemente: "L'opera di Dio è questa: credere in colui che egli ha mandato (Gv 6,29) ". Come mai, quindi, a quel ricco disse: Se vuoi raggiungere la vita, osserva i comandamenti (Mt 19,17)? E poi, alla domanda di lui: "Ma quali comandamenti?", elencò i precetti della legge: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza, onora tuo padre e tua madre, e ama il prossimo tuo come te stesso (Mt 19,18-19). Egli domandava: Cosa debbo fare per ottenere la vita eterna? (Mt 19,16); e non avrebbe potuto rispondere, il Signore, con una frase molto succinta: "Credi in me"? Questa infatti è l'opera di Dio, che aveva precisato antecedentemente, senza aggiunte di sorta. Cosa stai cercando ancora? L'opera di Dio è questa: credere in colui che egli ha mandato (Gv 6,29).
A quel tale vengono dati numerosi precetti, a noi si dice: L'opera di Dio è questa: credere in colui che egli ha mandato. O che forse il Signore ha voluto usare speciale benevolenza con noi, rovesciando invece su di lui dei pesi e non sollevarlo? Certo no. Comprendiamo dunque, se ci è possibile, cosa significhi credere in Cristo: verità che noi avevamo promesso di spiegarvi, per quanto ci è consentito. Sì, facciamo questo; compiamo quest'opera; in questo impegno progrediamo quotidianamente; a questa meta avviciniamoci giorno per giorno, finché avvicinandoci [con perseveranza] non la raggiungiamo. Questo infatti è quanto ci siamo ripromessi anche agli inizi della nostra fede: cominciare in qualche modo [questo cammino], del quale quando saremo giunti al termine, non ci si debba richiedere altro. Questa infatti è l'opera di Dio (non ce n'è un'altra!): credere in colui che egli ha mandato.

Credere in Cristo significa amare Cristo

5. Ricordiamo la distinzione fatta poc'anzi: una cosa è credere a Cristo, un'altra è crederlo Cristo, un'altra credere in Cristo. Credere a lui significa credere che son vere le cose che egli dice; crederlo Cristo significa credere che egli è il Cristo; credere in lui significa amarlo. "Ebbene, spiegaci ora queste tue affermazioni: credere che son vere le cose dette da lui, credere che egli è il Cristo, amare Cristo!". Credere che son vere le cose da lui dette, è una verità che molti possono accettare, anche i cattivi. Costoro credono nella verità delle sue parole, ma si rifiutano di metterle in pratica, essendo pigri ad agire. Che poi egli sia il Cristo, è cosa che anche i demoni riuscirono ad ammettere. Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente (Mt 16,16), lo dissero e Pietro e i demoni, ma l'uno mosso dall'amore, gli altri dal timore. Ora, non tutti coloro che temono hanno l'amore, mentre tutti quelli che amano hanno anche il timore. È probabile - anzi non probabile ma certo - che ogni innamorato teme, ma teme con timore casto, non con timore servile, poiché è il timore casto del Signore quello che rimane in eterno (Sal 18,10). In effetti la carità, quando è perfetta, esclude il timore (1Gv 4,18). E certamente una cosa è temere che egli venga e un'altra temere che ci abbandoni". Temere che venga "era in coloro che dicevano: Sappiamo chi sei. Perché sei venuto prima del tempo per rovinarci? (Mc 1,24; Lc 4,34) "Temere che egli ci abbandoni" era in colui che gli disse: Sarò con te sino alla morte (Lc 22,33.). Quando dunque ti si dice: "Credi in Cristo", non pensare che ti sia sufficiente credere a Cristo, cioè che siano vere le parole di Cristo, o che ti basti crederlo il Cristo, che cioè egli sia colui che Dio promise per bocca dei profeti. "Credi in Cristo" vuol dire "ama Cristo". Se adempirai questo precetto non ti si chiederà altro, poiché la carità è il pieno compimento della legge (Rm 13,10). Se crederai in Cristo amandolo con un tale ardore, vedi se non saranno tue anche queste parole: Chi ci separerà dall'amore di Cristo? (Rm 8,35) Non dilungarti dunque nel cercare ciò che Cristo ti comanda: non ci sarà precetto che tu non pratichi se ami Cristo. Ama e stai già praticando [la legge]. E quanto più ami, tanto più ne adempi le opere; se al contrario le compi in maniera ridotta, vuol dire che ami poco. Sii perfetto nell'amore ed avrai eseguito le opere [della legge].
Ecco con quanto grande verità fu detto: L'opera di Dio è questa: credere in colui che egli ha mandato (Gv 6,29), che cioè andiate a lui per via d'amore e a lui siate incorporati.

L’amore per Cristo e l’amore per i ministri di Cristo

6. Qualcuno potrebbe ribattere le mie affermazioni e invitarmi a parlare con più oculatezza. "Tu hai detto - osserva - che credere in Cristo vuol dire amare Cristo, e hai aggiunto che noi dobbiamo credere in Cristo e non in Paolo. Non dobbiamo quindi amare Paolo?". Effettivamente, come abbiamo distinto fra credere e credere, così dobbiamo distinguere tra amore e amore. Amo Paolo ma non credo in Paolo. Cristo non lo amo se non credo in lui. Amo Paolo ma con il mio amore non mi muovo verso Paolo: di Paolo io sarò un compagno; non sarà in Paolo la mia dimora. Cos'è infatti Apollo? cos'è Paolo? Ministri ad opera dei quali siete venuti alla fede (1Cor 3,4-5), non persone in cui avete posto la vostra fede. Dunque, fratelli, noi dobbiamo credere in Dio; con la fede e la carità dobbiamo andare a Cristo, come lui stesso ebbe a dire: Credete in Dio e credete anche in me (Gv 14,1). Quale profeta oserebbe dire una cosa come questa? Quale patriarca? Quale apostolo o martire? Quale angelo? Crediamo dunque in Cristo, amiamo Cristo e per via d'amore diventiamo suo corpo. Cerchiamo di comprendere com'egli, che è nostro Dio, si è fatto uomo per noi, e per questo, per essere cioè Dio fattosi uomo, egli è in grado di giustificarci. Se fosse soltanto uomo, avrebbe bisogno di giustificazione alla pari di noi; non sarebbe colui che ci giustifica. Siccome però egli è il nostro Dio e quando ha preso la natura umana, che non aveva, egli è rimasto in possesso della natura che aveva, per questo noi abbiamo in lui e la via in cui camminare e la meta a cui pervenire. Crediamo dunque in lui, cioè amiamolo come Dio, e amandolo torniamo da colui che avevamo messo da parte allontanandoci da lui.

Per gustare il pane celeste bisogna essere sani

7. Il pane, quando ne mangiamo, ci reca piacere, non nausea; non ci capita di lodarlo per poi gettarlo via. Dopo averlo lodato, lo mangiamo in silenzio: siamo attratti dall'amore, mentre la ripugnanza è scomparsa essendo ormai guarita la nostra languidezza. Orbene, come potrà ripagare il Signore la nostra anima, la quale dice: Cosa renderò al Signore? (Sal 115,12), e ancora: Benedici il Signore, anima mia, e non dimenticare gli innumerevoli suoi benefici. Egli ti perdona tutte le tue iniquità (Sal 102,2-3)? Questo è avvenuto quando fummo battezzati. Adesso si verifica quanto detto subito dopo: Egli guarisce tutte le tue malattie (Sal 102,3). Quanto più radicalmente son guarite le malattie, tanto più reca gusto il pane del cielo: il pane della vita disceso dal cielo (Cf. Gv 6,33.41.51) ci piace tanto più quanto più ci siamo guariti dai nostri mali. Ma chi può guarirci all'infuori di colui al quale abbiamo detto: Convertici, Dio della nostra salvezza (Sal 84,5)? Convertici, cioè voltaci indietro poiché, fino a quando non ci avrai risanati, noi siamo portati al rigetto e, sebbene lodiamo il pane, tuttavia per la nausea non vogliamo assaggiarlo. Malati, lo rigettiamo; guariti, ci volgiamo ad esso. Su dunque, convertici, Dio della nostra salvezza e distogli da noi la tua collera (Sal 84,5). Il nostro languore è infatti [segno della] tua collera. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna (Gv 3,36; 6,40 e 47). Perché? Perché compie l'opera di Dio. Difatti questa è l'opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato (Gv 6,29). Chi non crede nel Figlio non avrà la vita ma l'ira di Dio rimane su di lui (Gv 3,36). Non verrà su di lui ma rimane su di lui: egli è abbandonato, non guarito. Per questo motivo colui che aveva detto: Convertici, o Dio, dovendo constatare che noi non possiamo convertirci se non veniamo risanati, aggiungeva: Della nostra salvezza (Sal 84,5). Il pane celeste infatti non piace se non a chi è sano, e per questo egli volle aggiungere anche un motivo per la conversione. Che significa: Convertici? Risanaci. Poiché fino a quando non abbiamo acquistato la salute, stentiamo a volgerci al pane della salute. Lo magnifichiamo, ma non ne gustiamo il sapore. Se io dico: Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te (Praeceptum aureum; cf. Tb 4,15), chi non ne conviene? Chi non dice che è vero? Lo gridi, e gridi una cosa verissima. Ebbene, mangia ciò che decanti! Tu invece, ecco che cerchi d'ingannare la gente, mentre tu stesso non vuoi essere ingannato da nessuno; vuoi arricchire con danno altrui, non vuoi che alcuno arricchisca con danno tuo. Non formuli una legge che ti condanna? Non è il tuo stesso cuore un codice che ti punisce? Perché non vuoi che la tal cosa sia fatta a te, se è una cosa buona? Se è cosa cattiva, perché la fai? Come potrai rispondere, come potrai dire: "Mi piace, mi piace fare così", e: "Questo mi piace e così pure quest'altro"? Son parole di uno che sta male. Grida dunque: Convertici, Dio della nostra salvezza, e distogli da noi la tua collera (Sal 84,5).

La nostra anima non fruttifica senza l’azione di Dio

8. Nello stesso salmo è stato detto anche questo: Il Signore darà la dolcezza e la nostra terra produrrà il suo frutto (Sal 84,13). Orbene frutto dello Spirito è la carità (Gal 5,22). E da dove proviene questo frutto se non dal Signore, il quale dà la dolcezza e con essa viene riversata nei nostri cuori la carità di Dio? Non deriva da noi stessi ma ci è elargita ad opera dello Spirito Santo, che ci è stato dato (Rm 5,5). Vedete com'è il Signore colui che dà la dolcezza per la quale la nostra terra produce il suo frutto (Cf. Sal 84,13). Vedete come "la nostra terra", cioè il nostro cuore, la nostra anima, e come questa nostra terra non produce il suo frutto se Dio non le manda la pioggia. La terra si è mossa: si è mossa per generare figli e darli alla luce. Ma perché si è mossa? Perché i cieli stillarono, non da loro stessi ma dal volto di Dio (Sal 67,9). Cos'è infatti Apollo?, cos'è Paolo? Ministri di Dio ad opera dei quali siete venuti alla fede (1Cor 3,4-5). Essi sono nubi di Dio: se non sono riempiti, non versano acqua. Dunque la terra si è mossa (Sal 67,9) perché si è volto ad essa il Dio della nostra salvezza (Cf. Sal 84,5); la terra si è mossa perché i cieli stillarono dinanzi al volto di Dio (Sal 67,9). È stata mossa da Dio: né si sarebbe mossa senza la pioggia volontaria (Sal 67,10), come prosegue il testo. Infatti, dopo aver detto: La terra si è mossa poiché i cieli stillarono dinanzi al volto di Dio (Sal 67,9), affinché non pensassi che quella pioggia era inviata dai cieli e non da Dio, dice che quella pioggia era volontaria (Sal 67,10), non dovuta. Cosa ci era infatti dovuto se non il castigo? Si tratta dunque di pioggia volontaria, come anche è detto: Ci hai coronati con lo scudo del tuo buon volere (Sal 5,13). Non con lo splendore dei nostri meriti ma con lo scudo del tuo buon volere. Dio dunque per la sua eredità teneva in serbo una pioggia volontaria; eppure si è indebolita (Sal 67,10). Si indebolisce anche la donna che sta soffrendo nel parto; in effetti la terra si è mossa (Sal 67,9) dovendo partorire. Non partorirebbe se il parto non fosse preceduto da indebolimento (Cf. Gn 3,16), ma tu l'hai resa perfetta (Sal 67,10).

Facciamoci deboli per diventare robusti

9. Che significa Eppure si è indebolita (Sal 67,10)? Che non presume di se stessa. Che significa Eppure si è indebolita? Che tutto spera da te. Che significa Eppure si è indebolita? Quando sono debole è allora che sono forte (2Cor 12,10). Dunque, si è indebolita: ha compreso che tutto è [dono] della grazia di Dio e non frutto dei propri meriti, delle proprie forze. Ha compreso questo e si è indebolita. Ha deposto la presunzione, ha ricevuto la benedizione. Si è indebolita. Non presuma dunque di se stessa, ma nella sua debolezza gridi al Signore: Convertici, Dio della nostra salvezza! (Sal 84,5) Il testo infatti prosegue così: Si è indebolita ma tu l'hai resa perfetta (Sal 67,10). Perché l'hai resa perfetta? Perché lei si è indebolita, perché ha compreso che da sola non può diventare perfetta. Proprio perché essa si è indebolita, tu l'hai resa perfetta. Questa stessa terra grida nella persona di Paolo: Per questo motivo ho pregato il Signore affinché me lo togliesse (2Cor 12,8), mi togliesse cioè quel pungiglione conficcato nella carne per mio emendamento (Cf. 2Cor 12,7). Qual è infatti il motivo per cui, secondo la sue parole, quel rimedio gli era stato applicato? Non forse perché fosse tenuta a freno la sua presunzione, basata su risorse personali? Dice: Affinché non mi inorgoglisca per la grandezza delle rivelazioni mi è stato dato un pungiglione [conficcato] nella mia carne, un messo di Satana che mi schiaffeggi (2Cor 12,7). Diventa dunque debole! Ti è stata messa da parte una pioggia volontaria (Cf. Sal 67,10), non a te dovuta. Nella tua debolezza grida: Non son degno del nome di apostolo (1Cor 15,9). Renditi dunque debole perché egli ti conduca alla perfezione. Quando infatti lo pregavi ti ha risposto: Ti basta la mia grazia; la virtù diventa perfetta nella debolezza (2Cor 12,9).

La nostra giustizia viene dalla fede; la fede da Cristo

10. Nella lettura che abbiamo ascoltato lo stesso Apostolo conclude così: Perché io sia trovato in lui. In che senso, trovato in lui? Privo della mia giustizia (Fil 3,9). Se infatti fosse tua, non sarebbe in lui. E che significa Privo della mia giustizia? Della giustizia che io mi son come procurato da me, in quanto io l'ho attuata con le mie forze. Privo della mia giustizia, derivante dalla legge, ma in possesso di quella che viene dalla fede (Fil 3,9). In che senso è mia se deriva dalla legge? Questione imbrogliata; e poi già siamo stanchi, per cui se ometterò di dire qualcosa, mi completerà colui al quale apparteniamo. E sia trovato in lui, privo della mia giustizia. Se non avesse aggiunto: Quella che deriva dalla legge, chi non avrebbe pensato che, quando egli dice: Privo della mia giustizia, non parli della giustizia che deriva dal sapere dell'uomo? In tal senso ebbe a dire Cristo Signore in un altro passo: La mia dottrina non è mia (Gv 7,16), cioè non è umana, non è di questa natura corporea che voi vedete. In effetti, come poteva non essere sua quella dottrina se il Verbo del Padre è la sua dottrina? E chi, se non Cristo, è il Verbo del Padre? Di conseguenza la gente non avrebbe dovuto pensare che la stessa cosa volesse affermare Paolo quando diceva: Che io sia trovato in lui privo della mia giustizia, se non avesse aggiunto: Quella che deriva dalla legge ma con quella che proviene dalla fede in Cristo Gesù (Fil 3,9)? Perché? Non è forse Cristo colui che diede la legge? Avendo la giustizia che deriva dalla legge, come puoi avere una giustizia che sia tua, dal momento che non sei stato tu a darti la legge ma l'hai ricevuta da Cristo, dal Figlio di Dio? Cristo infatti non cominciò ad esistere quando fu concepito dalla Vergine, ma era stato generato dal Padre prima d'avere quella madre che egli si creò per essere creato, si plasmò per essere plasmato. Infatti Madre Sion, dice l'uomo, e si è fatto uomo in essa. E colui che si è fatto uomo in essa, lui stesso è l'Altissimo che l'ha fondata (Sal 86,5). Egli si è formato colei nella quale fu formato. Egli dunque esisteva al tempo di Mosè, e così poté dare la legge. Mosè poi discendeva da Abramo attraverso una serie di gradini intermedi, ma Cristo poté dire: Prima di Abramo io sono (Gv 8,58). È poco dire: Prima di Abramo. Egli esisteva prima degli angeli, prima del cielo e della terra, prima di ogni creatura. Infatti per opera di lui sono state fatte tutte le cose (Gv 1,3).

Il timore della pena e l’amore della giustizia

11. Orbene l'Apostolo aveva detto: Che io sia trovato in lui privo della mia giustizia; perché vi aggiunge: Quella che deriva dalla legge (Fil 3,9)? Ve lo dirò brevemente, per quanto mi è possibile; l'Autore della grazia poi completerà [l'opera] nell'intimo dei vostri cuori. Cosa vuol significare se non che i giudei, avendo la stessa nostra legge, ne praticavano le opere mossi da timore servile e non infiammati dal fuoco dell'amore? Osservando la legge per timore servile, erano schiavi. Quando tu, viceversa, ti metti a praticare la prescrizione della legge di non desiderare malamente (Rm 7,7; 13,9; Es 20,17), come ci riesci se non perché la carità di Dio è stata riversata nel tuo cuore, non da te stesso ma dallo Spirito Santo che ti è stato dato (Cf. Rm 5,5)? In effetti, Dio teneva in serbo una pioggia volontaria per la sua eredità, ed essa si è indebolita (Sal 67,10), non potendo sperare nulla da se stessa. Le fu detto pertanto: "Fa' questo", ed essa lo fece; "Non uccidere", ed essa non uccise; "Non commettere adulterio abusando della donna altrui", e si astenne dall'adulterio. Le fu detto dunque "Fa'", ed essa fece (Cf. Mt 8,9; Lc 7,8; Mt 19,18); le fu detto: "Ama quello che fai", e lei si è indebolita. Tu non uccidi il tuo nemico perché temi. Se ti fosse garantita l'impunità, lo risparmieresti? Faresti quel che fece Davide quando il Signore gli lasciò in mano il suo nemico perché gli facesse quello che voleva, ed egli preferì risparmiarlo? Preferì lasciar vivo colui che avrebbe potuto uccidere impunemente (Cf. 1Sam 26,5-12). Tu lasceresti vivere il tuo nemico se ti fosse assicurata l'impunità nel caso che tu lo uccida? Come gli risparmieresti la morte, se di lui vai dicendo: "Magari morisse!"? Si conclude pertanto che all'uomo animato da timore servile la legge con le sue prescrizioni impedisce di fare il male, ma non sradica dal suo cuore il desiderio di farlo. E perché rimane in te questo cattivo desiderio? Perché non hai l'amore per la giustizia, e quindi ti manca ciò che ti dovrebbe trattenere in tal senso. Ama dunque! E per amare, cosa debbo fare? Làsciati vincere dall'amore, poiché, se agisci per timore, non ami. Otterrai una tua giustizia, poiché, sebbene essa derivi dalla legge in quanto tu eviti di fare ciò che la legge proibisce, è tuttavia una giustizia tua. Agisci infatti mosso da timore, non da amore. Quando la tua giustizia non sarà una giustizia tua? Quando sua sorgente sarà la fede in Cristo. Credendo infatti in lui, da lui ottieni di poter adempiere i precetti della legge.

La fede, dandoci la possibilità di osservare la legge, ci consente di pervenire alla salute

12. Questo sottolinea il testo del presente salmo. Non dice forse Dio: Convertitevi a me (Zc 1,3; Ml 3,7; Is 45,22)? Ne son piene le Scritture: Convertitevi a me, convertitevi a me. In effetti, la malattia aveva cominciato un certo qual moto; e pertanto che vuol dire: Convertitevi a me? Non certo che tu, rivolto verso occidente, ti volga verso oriente. È cosa troppo facile. Magari tu facessi la medesima cosa nel tuo interno! Ma questo non è facile. Tu giri il corpo da una direzione a un'altra; ebbene indirizza il tuo cuore da un amore a un altro. Dio grida: Convertitevi a me, e la terra ha cominciato a temere la condanna per non essersi convertita. Si è mossa verso la conversione, ma la spossatezza non l'ha seguita: il pane [di Dio] non è piaciuto ai malati. Convertitevi a me (Sal 84,5). L'infermo, debilitato com'era, ha visto che la cosa a lui comandata gli era impossibile, e con le parole del profeta si è messo a gridare: O Dio, convertici! Ed ecco che gli è entrata nel cuore la fede e si è messo a pregare per compiere quanto prescritto dalla legge. Ha detto: O Dio, convertici! In effetti essa si era indebolita ma tu l'hai resa perfetta (Sal 67,10); e così io mi son trovato in lui privo della mia giustizia derivante dalla legge ma con la giustizia di Cristo, che deriva dalla fede (Fil 3,9). Che significa: Dalla fede? Una giustizia che chiedendo ottiene quanto non è possibile ottenere sotto la legge. Infatti, chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvo (Rm 10,13; Gi 2,32 [3,5]; At 2,21). Questa è la giustizia della fede che noi predichiamo (Cf. Rm 4,13; Fil 3,9), questo è il pane vivo disceso dal cielo (Gv 6,59; 33,41.51), che risana perché lo si mangi, che rafforza quando lo si mangia, che impingua quando lo si desidera. Di questo pane fu detto alla nostra anima: Sazia di beni il tuo desiderio (Sal 102,5). Ecc.


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