XVII Domenica del Tempo ordinario (C)

La Parola
Commento di Luigi Vari
Vita Pastorale (n. 6/2016)



ANNO C – 24 luglio 2016
XVII Domenica del Tempo ordinario

Gen 18,20-32
Col 2,12-14
Lc 11,1-13
(Visualizza i brani delle Letture)


PANE E PERDONO
APPARTENGONO A DIO

Il testo di Genesi è costruito come un processo. Entra in scena il giudice che è Dio stesso perché è stato raggiunto dal grido che il male degli abitanti di Sodo ma e Gomorra provoca. Il grido è, dicono i rabbini, quello di chi deve affrontare sofferenze per fare del bene a qualcuno. Si costituisce il tribunale con gli accusatori e con un unico avvocato alla difesa: Abramo. L'argomento di Abramo per fermare un giudizio di condanna è la presenza dei giusti: da una parte un giudice giusto non può far perire insieme giusti e peccatori, dall'altra bastano pochi giusti per salvare dalla distruzione molti peccatori. Il valore del giusto, cioè di chi si fida di Dio e a lui si affida, è tale da frenare la distruzione delle città che avevano fatto dell' empietà, cioè della mancanza di considerazione di Dio e degli altri, soprattutto dei poveri, il loro statuto.
La preghiera di Abramo si dovrà arrendere di fronte all'evidenza della mancanza di un numero sufficiente di giusti. La consapevolezza di Abramo, che basta un po' di giustizia per fare argine alla distruzione, lo trasforma in un cacciatore di giusti. Non è lo stesso per noi, che leggiamo questo racconto, perché sappiamo che un giusto, Gesù, ha frenato per sempre il giudizio di distruzione. Dovremmo forse avere più fiducia in Gesù Cristo, che ha messo una diga definitiva al male e più coraggio nel nostro opporci alla logica della violenza, perché il nostro sforzo di giustizia non è una ricerca senza risultati. Noi abbiamo conosciuto il Giusto.

San Paolo continua a parlare della nuova condizione del cristiano, quella di risorto, e individua l'inizio di questa situazione nel battesimo. Paolo spiega come la vita è entrata nell'orizzonte dell'umanità, che era, invece, dominato dalla morte che si era scelta come destino per essersi allontanata da Dio, per aver rotto le relazioni con lui. Immagina l'umanità come uno che ha contratto un debito nei confronti di Dio, che decide di annullare quel debito e di eliminarne anche le tracce nella croce di Gesù.
La croce non è solo un promemoria di peccato e di morte, ma lo è soprattutto della misericordia di Dio che come un credito re generoso toglie i debiti, anzi li dimentica. Nell'Anno della misericordia giunge questa immagine di Dio che mette una croce sul debito dell'uomo e lo annulla nella croce del Figlio. Misericordia è capacità di dimenticare, di rimettere in condizione di ricominciare; che non significa distribuire pacche sulle spalle, perché se Dio dimentica e distrugge il foglio della condanna nella croce del Figlio, non potrà essere diverso per quanti testimoniano la sua misericordia.

Il bellissimo brano di Luca domina la liturgia di questa domenica, contiene la preghiera del Padre nostro e due parabole; l'insieme è una catechesi molto efficace sulla preghiera, che è descritta soprattutto per essere formulata come una sequenza di richieste, dove quella centrale riguarda il pane quotidiano. Che sia quella del pane la domanda fondamentale è chiarito, oltre che da ragioni strutturali, anche dalle due parabole che parlano di un amico che chiede qualcosa per gli ospiti arrivati all'improvviso, e il padre che non può negare un pesce o un uovo al suo bambino e non immagina nemmeno di sostituirli con una serpe o uno scorpione. Quando un uomo prega è come uno che bussa e gli viene aperta la porta perché è un amico, anche se fastidioso, ma è un amico; è come un bambino cui nessuno può negare quello che chiede. La parabola dell'amico inoltre ha un altro elemento, l'immagine dell'amico oltre che a riferirsi a Dio, chiaro protagonista della seconda parabola, si può riferire facilmente al fratello, a chi condivide la stessa fede, quasi a dire che chi prega non impara solamente a bussare, ma anche ad aprire la porta. Nel Padre nostro c'è, costruita parallelamente alla domanda del pane, la richiesta di essere perdonati per essere capaci di perdonare. Tutto il brano si apre con una richiesta dei discepoli a Gesù: chiedono che insegni loro a pregare.
Pane e perdono sono queste le cose fondamentali che compaiono in questo passo del vangelo di Luca e sono due cose che danno un grande senso di calore e di sazietà. Prima ancora del contenuto della preghiera, sembra che Gesù ne voglia trasmettere l'atmosfera, ricco com'è di termini come amico, figlio, padre. Perdonaci, dacci il pane, non abbandonarci, non sono richieste che possano partire da un cuore che non si fida delle verità semplici che sostengono questa preghiera. La prima è che non si chiede niente a uno che si pensa non voglia dare niente, soprattutto quando quello che si chiede è il pane e il perdono. Non si chiede pane e perdono a chiunque, per quanto disponibile e buono, perché pane e perdono appartengono a Dio. La seconda verità è che non si bussa a una porta qualunque, si cerca quella dell'amico nella consapevolezza che l'amicizia si alza anche di notte e non ha paura di svegliare tutti quelli che sono nella stanza. La parabola mette in gioco i discepoli, chiede loro se non farebbero così, domanda se sono disposti ad alzarsi di notte per non deludere l'amico che bussa; sapendo che sono discepoli di un maestro che non esita a farlo. Infine non si chiede pensando di contrarre degli obblighi che sarà difficile da onorare, forse è per questo che la seconda parabola parla del figlio e che la preghiera che Gesù suggerisce inizia con le parole che riconoscono che Dio è un Padre.

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