IV Domenica di Pasqua (C)


La Parola
Commento di Luigi Vari
Vita Pastorale (n. 3/2016)



ANNO C – 17 aprile 2016
IV Domenica di Pasqua

At 13,14.43-52
Ap 7,9.14b-17
Gv 10,27-30
(Visualizza i brani delle Letture)


IL GREGGE CHE HA
CRISTO COME PASTORE

Gli Atti degli apostoli raccontano un momento decisivo della vita della comunità cristiana, quando questa prende atto che l'ostilità del tradizionalismo di alcuni giudei non può essere sufficiente per frenare la diffusione del Vangelo. Il brano oppone il successo della predicazione degli apostoli alla reazione degli oppositori, descritta per la sua caratteristica d'irrazionalità e di malanimo. L'affermazione centrale del brano è quella che riguarda la necessità della proclamazione della Parola, obbedendo al comandamento dato nel giorno di Pentecoste di essere testimoni di Cristo, luce delle genti, fino agli estremi confini della terra. Il lettore attento coglie nelle parole del comandamento un'identificazione tra Cristo e i testimoni. L'ira dei giudei diventa sempre più forte fino a far cacciare Paolo e Barnaba dalla città, ma la gioia dei pagani per essere ufficialmente destinatari della predicazione fanno impallidire e diventare secondarie le manovre degli oppositori.
I confini nel nostro tempo si sono allargati, e non sono solo più geografici, ma anche spirituali e questi ultimi sembrano impossibili da raggiungere. Il male è geloso del suo spazio e non smette mai di desiderare di eliminare la presenza dei testimoni della Parola, con ogni mezzo. Quello che un testimone deve sapere è che la Parola è forte in sé stessa, e che il testimone è uno che obbedisce al comandamento di essere sua bocca e suoi piedi, garantito dalla gioia di chi scopre di esserne destinatario. Non ci si dovrebbe preoccupare tanto del destino della Parola, quanto della nostra consapevolezza di testimoni.

Nella lettura della storia che l'Apocalisse offre non può mancare la domanda che riguarda la persecuzione che affligge i cristiani di ogni generazione, la domanda sul destino dei testimoni, soprattutto quelli che per dare testimonianza devono passare attraverso la sofferenza e, addirittura, la morte. La domanda come la risposta non vanno collocate in un tempo piuttosto che in un altro, perché la testimonianza ha sempre un costo, in ogni generazione e in ogni tempo, anche oggi, e spesso anche il costo della vita. La risposta è chiara, il destino dei testimoni è quello della vittoria; degni di stare con Dio sono illuminati da lui e protetti dalla sua presenza, che si estende su di loro come una tenda, quella della presenza. Sono il gregge del buon pastore che non fa mancare loro nulla, soprattutto la vita. Non sembra molto attuale il tema della testimonianza, forse la persecuzione di oggi è quella dell'indifferenza, però più verso le parole che verso i racconti della vita dei testimoni. Mai come oggi il testimone deve metterci la vita, se vuole dare un senso alle parole; mettere la vita, per dire che una parola vera significa martirio. Il libro dell'Apocalisse dice che se qualcuno ci mette la vita, Dio lo illumina, lo copre con la sua ombra, ha come pastore e guida Cristo. Questa pagina ci fa pensare che bisogna pregare per avere poche cose da dire, ma molta vita da raccontare.

Il vangelo di Giovanni presenta l'ultima parte della risposta di Gesù a quanti mettevano in dubbio il suo insegnamento e lo provocavano per fargli fare dichiarazioni pericolose. Alla fine della risposta ai suoi avversari, Gesù riprende l'immagine del buon Pastore. Il brano si apre con il tema della voce, che il lettore della Bibbia non può fare a meno di collegare al Cantico dei cantici, dove la voce è quella dell'amato, cui basta sentire la voce per essere tranquillo nel suo amore. Il collegamento voce e amore permette di non ridurre l'ascolto della voce a un processo solo conoscitivo, ma a una realtà che richiede un coinvolgimento di tutta la vita, com'è nell'amore. II frutto di questo amore è la vita e la garanzia che nessuno è più forte di questo legame di comunione, nessuno può interrompere la comunione con Cristo, perché nessuno è più grande di Dio. Fidarsi della mano del Pastore perché è la mano di Dio. La risposta di Gesù fa apparire le questioni dei farisei, inutili e noiose. Se è questione di amore e di vita non bastano le parole, questa verità è sempre più evidente per la nostra generazione di cristiani; Cristo che risponde alle domande parlando di sé, garantendo con la sua vita e rassicurando con la forza di Dio, è un modello da comprendere, più che un contenuto da approfondire.
In questa domenica in tutte le chiese si prega perché ci sia il dono delle vocazioni, si rischia sempre un po' di trasmettere l'idea che ci sia una crisi di personale che non consenta di gestire l'immensa attività della Chiesa, di trasmettere una sensazione di fine attività. La preghiera è per ottenere il dono di persone che possano raccontare la loro comunione con Cristo, raccontare il loro amore per lui e il suo amore per loro; persone che possano dire che, giunte sull' orlo dell'abisso, hanno fatto esperienze che nessuno è più grande di Dio e nessuno può strapparci dalla sua mano. Di questi racconti, spesso semplici e normali, ce ne sono molti e tutti quelli che sono uniti a Cristo possono raccontare come nelle varie vicende della vita, anche quelle più semplici, non sono stati abbandonati. La preghiera di oggi è questa: che cresca la comunione con Cristo e i racconti di comunione si moltiplichino perché sempre più persone desiderino far parte del gregge che ha Cristo come pastore.

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