II Domenica dopo Natale (C)


ANNO C - 3 gennaio 2016
II Domenica dopo Natale

Sir 24,1-2.8-12
Ef 1,3-6,15-18
Gv 1,1-18
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GESÙ, LA PAROLA
CHE SI FA CARNE

Le parole del Siracide che si leggono oggi sono al centro di questo libro e rappresentano il punto più alto di quest'opera, fanno parte di un poema che canta la Sapienza come fosse una persona e racconta le sue gesta. Anzi è la sapienza stessa, che racconta di sé, della sua presenza nella creazione, nella storia del popolo di Israele, nel tempio, in una parola, in tutto ciò che riguarda la storia del popolo eletto. Questa sapienza è la parola di Dio, tanto presente e forte da poter essere immaginata come una persona. È un linguaggio di poesia che fa intravvedere quello che accadrà, in modo inimmaginabile, nell'incarnazione del Verbo.
Molti sono i modi per definire la parola di Dio, questo di Siracide è uno dei più affascinanti e capace di stimolare il nostro desiderio di conoscerla e farla operare in noi, perché essa può essere descritta come il filo sapiente della vita. Dal momento in cui un uomo si affaccia all'esistenza, le esperienze della vita sono spesso contraddittorie e tali da provocare smarrimento; si sente il bisogno di una traccia, di un filo, che permetta di non perdersi, un filo sapiente che oltretutto nasce da Dio e trova radici nel nostro cuore che ascolta. Si comprende come molto più straordinario è il dono di una Parola che si fa carne, che traduce in storia concreta il linguaggio del desiderio e della poesia.

La scoperta della presenza di un filo sapiente nella vita, di un disegno, è quello che l'apostolo Paolo trasmette ai cristiani di Efeso, quando ricorda loro che Dio li ha scelti da sempre e che mentre li sceglieva disegnava per loro un orizzonte, un destino da figli. È per realizzare questo disegno che Cristo opera, per questo è apparso nel mondo. Il desiderio di Paolo è che questo disegno resti presente nel cuore dei cristiani, che non se ne dimentichino; proprio per questo prega perché non perdano le linee di questo progetto, linee di speranza e di gloria.
Il Natale di Gesù è, fin dal momento dell'annuncio degli angeli, una notizia che riguarda tutti gli uomini che Dio ama, indistintamente. La notizia di cui tutti hanno un grande desiderio, ognuno per la propria vita, è che non si sta nel mondo come per caso. Soprattutto la notizia natalizia che dà più gioia è che ognuno è amato, com'è amato un figlio. Anche se spesso rovinato dalla retorica e dall'ostentazione, il sentimento di solidarietà tipico di questo tempo natalizio, esprime in qualche modo una consapevolezza profonda, che tutti siamo figli di Dio. È molto bello il fatto che l'Apostolo preghi perché nessuno si dimentichi che fa parte del disegno di Dio. È una preghiera bella, che non solo i pastori, ma tutti possono fare passando in rassegna, davanti al presepe, le persone che hanno in cuore.
La poesia che diventa storia, questa può essere una delle chiavi di lettura del prologo di Giovanni, collegandolo alla prima lettura della liturgia di oggi. Le immagini del Siracide diventano storia nell'incarnazione di Gesù. La differenza è la stessa che passa dalla speranza della luce alla luce vera, dal desiderio di realizzare il proprio destino di uomo nel modo migliore possibile, di essere autore di sogni, il più possibile impegnativi, al potere effettivo di realizzarli. E non è un sogno qualunque quello che si può realizzare, ma quello più straordinario di tutti, che da solo uno nemmeno immagina, quello di diventare figlio di Dio. La condizione perché questo avvenga è l'accoglienza della parola di Dio che si è fatta carne. L'incarnazione elimina ogni tentazione di restare nella teoria delle immagini e diventa vita concreta. Non si tratta, infatti, di condividere Cristo, ma di accoglierlo.

Poesia è un termine che porta in sé la forza della creazione, poiein, infatti, è il verbo che i LXX scelgono per dire dell'atto della creazione. La poesia è vera quando crea quello che canta. Il peccato, in fondo, è togliere forza alla poesia, mettere distanza fra i desideri più belli, i propositi più grandi, e la realtà. Giovanni parla di questa possibilità quando dice che la luce splende, ma le tenebre non l'hanno accolta. Gesù, parola che diventa carne, rende possibile l'eliminazione della distanza fra il voler fare e il poter fare. Non occorre essere grandi esploratori dell'animo umano o accreditati sociologi o psicologi, per accorgersi che di progetti falliti e desideri frustrati, l'animo umano è pieno.
Spesso questi fallimenti tolgono il gusto e la bellezza della vita e fanno nascere nel cuore un sentimento di nostalgia per quello che poteva essere e non è. Nella resa spesso restano coinvolti anche quelli che non hanno nessuna colpa, l'arte di arrendersi è più diffusa di quella di lottare fino a pensare che non c'è nulla per cui valga la pena lottare.

Le parole di Giovanni rivelano che si può non arrendersi e spiegano che se uno accoglie Cristo, se abbraccia quel bambino, proprio per essere il più possibile unito a lui, allora può fare tutto, addirittura cambiare l'orizzonte della vita, perché a quelli che lo accolgono dà il potere di diventare figli di Dio. A volte ci si scosta da quel bambino, dalla parola di Dio fatta carne, perché si ha l'impressione di essere troppo fragili, di non essere all'altezza, di essere troppo smarriti; è in quel momento che si ha bisogno della sua forza, per fare della propria vita una poesia.

VITA PASTORALE N. 11/2015
(commento di Luigi Vari, biblista)

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