Natale del Signore (B) - Messa della notte




ANNO B - 25 dicembre 2011
Natale del Signore (Messa della notte)

Is 9,1-6
Tt 2,11-14
Lc 2,1-14

QUALCOSA È CAMBIATO
NELLE NOSTRE SAGHE
«Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia». Sono parole difficili da pronunciare in un tempo cupo, in cui il buio non è solo metafora letteraria per far risaltare l'evocazione della luce, ma è situazione esistenziale per tanti uomini e donne che, anche solo un anno fa, si potevano permettere di festeggiare il Natale nel benessere. Certo, disoccupati, sfrattati o alluvionati hanno sempre fatto parte della retorica mediatica con cui, ogni anno, veniva fatto il contrappunto d'ufficio a ce noni e lustrini, vacanze e crociere. Registri convenzionali, sia gli uni che gli altri, delle nostre saghe e sagre natalizie. Ma quest'anno qualcosa è cambiato e l'immagine di un popolo che cammina nelle tenebre non ci è più tanto estranea, perché ormai sono state messe allo scoperto paure profonde.

Ora che povertà e insicurezza si vanno diffondendo anche nel "primo" mondo, perché notizie di tracolli economici ed ecologici ci raggiungono come quotidiani bollettini di guerra, abbiamo la percezione che la logica dei privilegi acquisiti non sia per nulla definitiva e che anche noi camminiamo nelle tenebre. Se questo ci aiuterà a restituire la sua verità a quella che è diventata la più pagana delle feste cristiane, non lo sappiamo. In fondo, le congiunture, perfino quelle tragiche, non bastano a operare una profonda conversione interiore.

Molti anni fa, un anziano signore tedesco mi ha fatto vedere una capanna intarsiata nel legno con Maria, Giuseppe e il Bambino. L'aveva fatta lui quando era al fronte, durante l'inferno della seconda guerra mondiale, perché non voleva rinunciare ad averla con sé nella notte di Natale. Finita la guerra, l'ha portata con sé per continuare a guardarla ad ogni Natale. Mi ha commosso ma, soprattutto, mi ha fatto capire tante cose. In quella trincea nella quale si consumava la tragedia dell'intera Europa, un giovane soldato faceva memoria come poteva del Natale di Cristo scolpendo nel legno un presepio che, ancora cinquant'anni più tardi, gli impediva di dimenticare la follia e l'orrore della guerra. In quante tende da campo adibite a cappelle nelle zone di guerra verrà proclamato nella notte di Natale l'oracolo di Isaia secondo cui «ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco»?

La nascita del Messia si inserisce nella scansione del tempo degli uomini, fatta di avvenimenti straordinari, come un censimento imperiale, e di tempi standardizzati di gestazione. Avviene dentro una rete di accadimenti e di consequenzialità che nulla hanno a che fare con quello che Dio ha promesso: i bambini nascono quando si compiono per le madri i tempi per il parto, e i censimenti si fanno quando il potere costituito lo giudica conveniente. Eppure, se da più di duemila anni nella notte santa le chiese si riempiono è perché coloro che credono in Gesù, il Messia di Dio, non accettano che le loro sorti appartengano unicamente alle agende del potere e ai calendari naturali e sono però anche disposti ad assumere fino in fondo tutta la contraddizione che questo porta con sé: c'è forse pace sul trono di Davide? E dove mai regnano il diritto e la giustizia?

La fede in Gesù, Messia di Dio, chiede di essere visionari. Come lo sono stati fin dal primo giorno i discepoli del Risorto in continuità con i grandi profeti d'Israele. Non si tratta di negare le tenebre della storia, ma di "vedere" che la grazia di Dio fa rifulgere al loro interno una luce. La misurata sapienza ecclesiale delle lettere pastorali non alza i toni, ma non è meno efficace della voce potente del grande Isaia quando ricorda che sobrietà, giustizia e pietà accendono nella storia la luce della grazia. Può sembrare paradossale, ma la misura della vittoria della luce sulle tenebre, cioè del Messia sul mondo, è lo zelo per le opere buone. Essere visionari significa saper riconoscere proprio questo. Se ci sono uomini e donne che rinnegano l'empietà, il giogo è spezzato perché è cominciata la nuova era, quella della signoria della grazia. Essere visionari significa non cedere alle tenebre.

La gloria che accompagna la nascita del Messia è legata alla storia, con tutto quello che ciò comporta. Una storia che, sia pure amata, non è ancora definitivamente redenta. Una storia che ancora non è arrivata alla gioia della mietitura. Per la sua epifania, Dio dispiega le schiere dei suoi angeli, ma a vederli e ad ascoltarne la voce sono solo un gruppetto di pastori che lottano contro il sonno per difendere il loro gregge.
Forse, come in tempi di guerra, questo Natale del tempo di crisi ha molto da insegnare i perché ci mette di fronte alla questione cruciale della fede: in chi abbiamo riposto la nostra fiducia? Dobbiamo prenderei il tempo necessario per intarsiare, con quello che abbiamo a disposizione, un nuovo presepio interiore, per capire di nuovo, cioè, cosa significa che Dio ha tanto amato il mondo da desiderare di condividere fino in fondo la sorte degli uomini. Abbiamo bisogno di trovare nuove parole per dire il Natale, perché quelle di prima sono diventate impronunciabili e solo il silenzio può salvarci ormai dalla blasfemia.
VITA PASTORALE N. 11/2011
(commento di Marinella Perroni, docente di N.T.)

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