Evangelizzazione: essere chiamati per nome



Il diaconato in Italia n° 168
(maggio/giugno 2011)

CATECHESI


Evangelizzazione: essere chiamati per nome
di Paola Castorina


«Carissimi, cosa chiedete per vostro figlio?» risposta: salute e felicità (80%). Ma alla chiesa di Dio, chiederanno solo il battesimo: in che rapporto stanno le attese dei genitori - che si affacciano, con un bimbo in collo dopo anni di latitanza, alle porte della sacrestia - con la richiesta di un sacramento? Cosa si aspettano di ricevere? Nei paesi anglosassoni circola da tempo una nuova forma di "benvenuto" del neonato in seno alla società, una cerimonia a tutti gli effetti, per i parenti e gli amici ma molto rigorosa, senza sacramenti di mezzo, laica, con tanto di celebrante e festa finale (tutto a pagamento ovviamente).
L'idea, che sembra un po' bislacca, in realtà funziona perfettamente e le richieste sono in aumento. In Italia sembra che il battesimo non si neghi a nessuno, e poi, come genitori, perché non darlo al bambino? male non fa, magari porta bene, i nonni ci tengono tanto. E i nostri parroci, i nostri diaconi dove ci sono, non riescono a mandarli via: sono forse l'unica opportunità che queste persone hanno di riprendere i contatti con "le cose di Dio", di dare il seme di vita spirituale al loro figlio, e chissà addirittura di rivederli a messa per natale. Così sarà per i più tenaci, che chiederanno anche la comunione e la cresima. Dopo, si sa, i figli faranno le loro scelte.
Il simbolismo nella liturgia cristiana è molto forte e pregnante, soprattutto nel rito del battesimo, ma l'immagine che è passata ed è rimasta incollata nella nostra memoria è quella di un seme che viene messo nel cuore del bambino, se verrà coltivato, diventerà un albero e darà i suoi frutti. Dunque va da sé che il seme sia imperituro, dormiente, in attesa di coltivazione. E se invece - dopo che germoglia - muore, che succede?
I documenti magisteriali sull'evangelizzazione e catechesi (per ultimo Educare alla vita buona del Vangelo), sull'iniziazione cristiana (v. le tre note pastorali della CEI), il Direttorio generale per la catechesi, hanno offerto e continuano a offrire un panorama ricchissimo in termini di analisi, prospettive, direttive, rinnovamento. Ma la gestione del territorio è un'altra cosa. Il primato dell'evangelizzazione, il rapporto fra l'iniziazione e la comunità cristiana, la necessaria connessione dei tre sacramenti di iniziazione, il battesimo, la cresima e l'eucaristia, sono tutte acquisizioni preziosissime della riflessione della chiesa, ma con il gregge sembra che non funzionino. Quando si parla ai fedeli, diaconi compresi, l'unica ancora di salvezza sembra essere il linguaggio parenetico, ma si dimentica spesso che questo linguaggio non è in principio anzi, per sua natura (biblicamente e antropologicamente) presuppone quello kerigmatico e quello didascalico. Invece l'annuncio e la conoscenza si danno per scontati e così rimane solo l'ultimo ambito da indagare. Forse si presuppone che l'annuncio e la conoscenza siano in quel semino che ci è stato dato e di cui si è avuto cura durante gli anni del catechismo, dopo, da grandi, sono le scelte che contano... Di solito i ragazzi danno un certo peso agli studi che fanno, per esempio scientifici, perché nel rifare la cellula che hanno conosciuto alle elementari, scoprono un livello di complessità molto più elevato e dunque degno della loro fatica conoscitiva. Sembra che questo non possa accadere con le "cose di Dio", ferme e immutabili. Dai 10 comandamenti, alle parabole, alle preghiere, nulla si presenta a un adolescente come avventura appagante il suo desiderio di crescita, di mutamento, la rimessa in discussione di metodi di studio, livello di criticità, linguaggio. E alla fine anche le scelte. La questione parenetica sembra la più spinosa, ma è solo la punta dell'iceberg. C'è chi trova il bandolo della matassa in seno alla catechesi familiare, c'è chi lo vede nella presenza di educatori di spessore, catechisti di buona formazione, etc.
Poco si parla di mistagogia. Ancora meno di ricerca della verità. Anzi, si ha proprio paura di usare queste parole, troppo forti, pesanti, impegnative. Se a scuola di solito si imparano cose "vere", durante l'ora di religione guai a parlarne, piuttosto bisogna proporre cose della vita "reale" che "interessano veramente i ragazzi!". E chi l'ha detto che ai ragazzi non interessino le cose "vere"? Non vogliamo impelagarci in presunzioni e finte saccenterie? forse perché la nostra apologetica è rimasta indietro di alcuni secoli?
Benissimo, ma nel frattempo cosa abbiamo fatto dell'annuncio cristiano? Quando pensiamo alla vita eterna, siamo convinti dell'immortalità dell'anima o della risurrezione dei corpi? Ci sembra che il traguardo postmoderno abbia risolto la questione e liberato dagli inganni, ma il linguaggio rimane (o è per sé stesso) pregno di ambiguità, luoghi comuni, doppie accezioni. Abbiamo staccato il corpo dall'anima e ci dispiace che i nostri figli ci chiedano di ricongiungerli: abbiamo relegato la verità nell'ambito del contenuto assertivo della descrizione, il resto è pluralismo. Abbiamo dicotomizzato la mente e il cuore: la verità appartiene alla mente, l'emozionalità al cuore. E la verità del cuore? La casa fondata sulla roccia? Di che roccia si parla? È davvero la sicurezza di aver fatto un buon lavoro come il porcellino astuto della favola? (la lettura parallela dei due testi è stata proposta in una prima media, durante l'ora di religione).
Scrive Benedetto XVI nella "Lettera alla Diocesi sul compito urgente dell'educazione": «Già in un piccolo bambino c'è inoltre un grande desiderio di sapere e di capire, che si manifesta nelle sue continue domande e richieste di spiegazioni. Sarebbe dunque una ben povera educazione quella che si limitasse a dare delle nozioni e delle informazioni, ma lasciasse da parte la grande domande riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita».

Ripartendo dai bambini
Quando presentiamo il Dio cristiano ci capita spesso di parlare di amore. Talvolta persino in contrapposizione al Dio veterotestamentario, iracondo e appesantito da antropomorfismi di cui noi ci siamo - apparentemente - sbarazzati. Ma è chiaro che parlando di amore utilizziamo un linguaggio di cui presupponiamo il significato come pienamente condiviso (e questo è un errore sia sul piano semantico che ermeneutico). E se il bambino non avesse mai conosciuto l'amore di qualcuno che si prendesse cura di lui, oppure ne avesse conosciuto solo un rivolo, per sua incapacità relazionale o dei genitori, bambini "sfortunati", handicappati, poveri, abbandonati, come potranno comprendere il significato della parola "amore"? Proprio gli ultimi e i più piccoli sarebbero i più lontani dall'annuncio cristiano...
E la morte? Quando un bimbo di quattro anni comincia a chiedere e a ragionare sulla vita e sulla morte, il nostro linguaggio è titubante e imbarazzato, quando non è addirittura evasivo o scaramantico. Se una volta il cielo era il luogo della trascendenza dove nessuno era mai arrivato, oggi cielo significa ben altro: è lo spazio solcato da satelliti, indagato dalla stazione spaziale. Come possiamo mantenere lo stesso linguaggio quando questo ha mutato di senso? Se continuiamo a dire che il nonno è andato in cielo, forse ci stiamo sottraendo a una fitta di dolore e pensiamo di mettere anche il bambino al riparo dal pericolo, ma stiamo dando l'annuncio? E i papà diaconi che linguaggio hanno trovato per parlare ai loro figli della scelta che hanno fatto e di cui loro portano il peso?
Decidendo una pastorale che dà inizio al cammino catechetico a 6-7 anni (età scolare), stiamo implicitamente accettando che di Dio si possa parlare in termini logico-cognitivi, morali, ma non mistagogici: il kerygma non occupa di fatto alcuno spazio nella nostra catechesi. Forse stiamo impedendo con tutte le nostre forze che il povero seme possa affondare le sue radici in un terreno profondo, ricco e vasto. «A me pare che fare dell'amore dei genitori o comunque di chi è più vicino al bambino il canale necessario dell'amore di Dio è estremamente limitante; si limita l'amore di Dio alla dimensione umana, lo si considera secondario rispetto alle condizioni in cui il bambino vive. Ma a me sembra - parlando sempre in base a quello che ho potuto osservare - che l'amore di Dio sia primario nell'esperienza umana del bambino piccolo. Certo è bello poter dire ad un bambino: "Papà e mamma ti vogliono bene"; però si tratta sempre di un amore umano e quindi limitato. E quando questo non succede? Un bambino rifiutato dai genitori è forse una creatura perduta per Dio? No, Dio prende le sue creature anche al di fuori dell'amore umano: l'ho visto in tanti bambini non accettati in famiglia che invece all'annuncio del Pastore che "li chiama per nome" si aprivano ad un immenso godimento. Dunque bisogna distinguere fra esperienza ed esigenza». Chi scrive è una ebraista, Sofia Cavalletti, conoscitrice della pedagogia montessoriana, che negli anni '50 insieme a Gianna Gobbi dà inizio a un'esperienza di catechesi, a Roma, molto singolare.
Il presupposto pedagogico è che i bambini anche molto piccoli, dai tre anni di età, siano capaci di relazionarsi con Dio, secondo una misura di godimento interiore e fisico che a noi sono forse sconosciuti. Se le Scritture sono il luogo privilegiato dell'incontro fra uomo e Dio, sono proprio le Scritture che vanno date al bambino. L'arca di Noè con i suoi begli animaletti, la creazione con il serpente e la mela, la nascita di un bambino fra il bue e l'asinello? Niente di tutto ciò, abbiamo solo ridotto la Scrittura a un teatrino edulcorato del nostro non-senso. Tra i vari linguaggi delle Scritture - sapienziale, apodittico, esortativo... - quello analogico delle parabole è fortemente evocativo della realtà trascendente. E tra le varie parabole, dopo anni di lunga e appassionata esperienza, quella del buon pastore è sembrata alla Cavalletti la parabola che i bambini trovavano in primis più congeniale alla loro esigenza di sapere/gustare, seguita dalle parabole del regno. Nel suo libro Il potenziale religioso del bambino (ed. Città Nuova), l'autrice distingue con molta cura tra un materiale didattico che serve per rendere un argomento interessante e accattivante, e un materiale di meditazione che invece serve al bambino per rielaborare personalmente la parabola ascoltata, cioè la stessa funzione che ha la scrittura per un adulto o un bambino che sappia già leggere.
Il catechista infatti presentando la parabola e successivamente il materiale di meditazione che la accompagna, non dà alcuna spiegazione né tenta di abbellirla o ridurla a una storiella per piccini. Il bambino è posto di fronte all'annuncio, è una parola per lui, lui soltanto, una parola che lo interpella e lo coinvolge, di fronte alla quale lui sta in tutta la dignità del suo essere umano, ascolta, risponde. Intorno a questa esperienza il catechista rimane osservatore esterno, attento e silenzioso, che non spiega nulla, non interviene, ma fornisce solo gli elementi che servono per accedere all'incontro con Dio.
Spesso i diaconi si sentono esortati a essere servi inutili nel loro ministero, ma in che senso? Quando a distanza di anni fu chiesto a un uomo che da bambino aveva frequentato la catechesi del Buon Pastore (la catechesi di Sofia Cavalletti prenderà il nome dalla parabola) cosa si ricordasse di quella esperienza, lui disse, un po' scusandosi, di non ricordarsi affatto della catechista ma solo del lavoro intenso e serissimo che si faceva nell'atrio (le stanze adibite alla catechesi). Non avrebbe potuto fare un complimento più bello a Sofia Cavalletti: solo un indice puntato, nella direzione giusta, a conoscere Dio, prendendo sul serio il bambino senza moine e senza coercizione, considerandolo capace di cose grandi.

Tracce
Lungo il percorso di questa catechesi, che dura fino ai dodici anni, il legame fra Bibbia e liturgia si dispiega fortissimo con la ricchezza di tutti i segni e i significati che noi poco conosciamo. Nell'ambiente dove si svolge, sono presenti modelli dell'altare, del fonte battesimale, degli arredi liturgici, il cero pasquale, un angolo della preghiera, i colori del tempo liturgico. Solo il libro delle Scritture non è un modellino, è un libro vero ed è "sul trono". I materiali per i due corsi successivi si arricchiscono di plastici della Terrasanta, mappe, riferimenti storici e quant'altro possa essere adeguato alla sete conoscitiva di un bambino più grande. Eccoli i bambini: da tre a sei anni, i "mistici"; da sei a nove anni: gli "storici"; da nove a dodici anni: i "teologi". È solo una traccia tra i possibili, infiniti percorsi che conducono a conoscere il Dio dei nostri padri, ma è una traccia che lascia un solco profondo per il nostro seme.
Molti diaconi hanno fatto esperienza del Signore attraverso un cammino che è difficile oggi indicare come via maestra, appesantito forse dalla fatica di dover inventare un linguaggio, ripulirlo da ambiguità, luoghi retorici. Perché di questo si tratta: il saper indicare la direzione, la profondità, l'ampiezza della propria fede, la sua collocazione concreta, perché i nostri figli possano ancora dire il Credo senza smarrirsi nell'essere cristiani.


----------
torna su
torna all'indice
home