XVI Domenica del Tempo ordinario (A)


ANNO A - 17 luglio 2011
XVI Domenica del Tempo ordinario

Sap 12,13.16-19
Rm 8,26-27
Mt 13,24-43

GRANO E ZIZZANIA
AVANZANO INSIEME

Amore: una parola che ricorre senza sosta nel nostro parlare di Dio. Parola troppo facile, resa troppo facile, è invece parola "robusta", perché l'amore non è un concetto su cui elucubrare o un'emozione di cui andare a caccia, è modo di agire, è pratica di vita, è atteggiamento permanente nei confronti delle cose, degli esseri viventi, del mondo, della storia. È atteggiamento di Dio e nei confronti di Dio. Da quando la rivelazione biblica ha fatto entrare il termine "amore" nel lessico teo-logale, questa parola è diventata capace non solo di dire qualcosa di Dio, ma di raccogliere in sé tutto di Dio.

Sia i sapienti di Israele che Gesù di Nazaret hanno saputo usare il lessico teo-logale dell'amore, senza abusarne, senza usurarlo, senza adulterarlo. Hanno pronunciato la parola amore con sobrietà e discrezione, senza compiacersene. Soprattutto, non l'hanno mai ridotta a formula, a slogan, ma hanno saputo "raccontare" che cosa l'amore è perché hanno saputo raccontare che cosa fa. Per questo hanno saputo parlare di Dio. Anche la liturgia della sedicesima domenica del tempo ordinario, nel momento in cui compone insieme le parabole del regno e uno dei testi più significativi del libro della Sapienza, riesce a parlare di Dio e a farlo senza offenderlo. Il regno è la piena realizzazione dell'agire di Dio, ma solo un cuore cui Dio ha fatto dono della sua sapienza arriva a vedere, dentro la parabola e oltre la parabola, come Dio "regna", a vedere tutto quello che nel mondo e nella storia è nascosto fin dalla fondazione del mondo. Su questo mondo, non su un altro, Dio regna dal momento della semina a quello della mietitura.

Le tre parabole ci sono care. Esse hanno in comune un tono di fondo carico di ottimismo e di entusiasmo. Gesù le deve aver pronunciate all'inizio della sua predicazione, quando non aveva ancora sperimentato fino in fondo la chiusura e il rifiuto da parte dei suoi ascoltatori. Esse esprimono la sua incondizionata fiducia nella vittoria del regno di Dio. Anche contro le apparenze, anche attraverso realtà piccole e silenziose, il frutto sarà abbondante, visibile. La prima parabola, quella della zizzania, ci mette di fronte con grande realismo la microstoria, quella delle vicende quotidiane, e la macrostoria, quella delle grandi vicende del mondo: grano e zizzania avanzano insieme. Per Gesù credere nel regno significa avere il coraggio di guardare al mondo a partire dalla fine, accettare cioè le leggi della storia, però nella fede che Dio è e sarà il Signore della storia. Le altre due parabole insistono invece sulla sproporzione. Quella del granello di senape esprime la tensione tra il molto piccolo, il seme, e il molto grande, l'albero, mentre la parabola del lievito enfatizza lo scarto tra l'enorme quantità di farina, utile per un pane di cinquanta chili, e la piccolissima quantità di lievito e, soprattutto, rimanda all'azione di Dio come a qualcosa di nascosto. Il piccolo e l'invisibile fanno la storia: Israele, la più piccola tra le nazioni, è stata chiamata da Dio non per se stessa, ma per fermentare il mondo intero; però, lette alla luce della grande tradizione sapienziale, le parabole di Gesù liberano la speranza del regno da ogni attesa trionfalistica e rivelano il volto indulgente di Dio.

Ancora una volta, poi, la spiegazione che correda la prima parabola mette a nudo il tentativo di un'applicazione ecclesiale in cui la forza profetica della parabola che Gesù ha rivolto a tutto il suo popolo, cede il passo al tono didascalico della spiegazione "in casa", riservata ai soli discepoli, e tradisce lo sgomento di una comunità che si interroga sul perché del rifiuto, del Messia da parte di Israele. È vero, d'altra parte, che il parlare parabolico di Gesù è affascinante ma anche inquietante. Dice qualcosa a chi sa vedere, dietro e dentro le immagini usate, il modo di essere e di agire di Dio, ma pretende pure d'interpellare sul credito che si è disposti a dare al modo in cui Dio ha scelto di regnare. Affine a quello sapienziale, il linguaggio delle parabole impone di fare i conti con un Dio che, proprio perché è padrone di tutti, è indulgente con tutti. Le parabole di Gesù, pur belle e incoraggianti, aperte a un futuro di speranza e di vittoria, sono diventate pietra di inciampo e colui che parla dell'indulgenza di Dio è stato messo a morte proprio a causa della sua predicazione. È un fatto. Ascoltare le parabole di Gesù comporta allora anche lasciare aperta la domanda inquietante: dove sta l'aspetto scandaloso di questo Dio?

Non più tardi di ieri, uno sconosciuto mi ha parlato senza remore, fatto che accade ormai sempre più spesso in questa agorà nella quale viviamo, più simile a una pista di auto scontro che a un luogo di libertà in cui la parola produce dialogo. Parlava, naturalmente, di immigrati e di difesa dei propri diritti, naturalmente di zizzania da estirpare; parlava, naturalmente, con gli accenti della lesa sovranità. Pensavo al Dio della sapienza e al Dio delle parabole di Gesù che ha cura di tutte le cose, che è padrone della forza e governa con indulgenza, che ha insegnato al suo popolo che il giusto deve amare gli uomini. Un Dio scandaloso perché indulgente. E ho capito che chi parla di amore in questo modo non può che consegnare se stesso al rifiuto e alla condanna.

VITA PASTORALE N. 6/2011
(commento di Marinella Perroni, docente di N.T.)

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