La nostra vocazione sociale



Il diaconato in Italia n° 163
(luglio/agosto 2010)

PARRESÌA

La nostra vocazione sociale
di Giorgio La Pira



Il nostro «piano» di santificazione è sconvolto: noi credevamo che bastassero le mura silenziose dell'orazione! Credevamo che chiusi nella fortezza interiore della preghiera noi potevamo sottrarci ai problemi sconvolgitori del mondo; e invece nossignore; eccoci impegnati con una realtà che ha durezze talvolta invincibili; una realtà che ci fa capire che non è una pia espressione l'invito di Gesù: nel mondo avrete tribolazioni; prendi la tua croce e seguimi. Bisogna lasciare - pur restandovi attaccato col fondo del cuore - l'orto chiuso dell'orazione. L'orazione non basta; non basta la vita interiore; bisogna che questa vita si costruisca dei canali esterni destinati a farla circolare nella città dell'uomo.
La «elemosina» non è tutto: è appena l'introduzione al nostro dovere di uomini e di cristiani; le opere anche organizzate della carità non sono ancora tutto: sono un passo avanti notevole nell'adempimento del nostro dovere di uomini e di cristiani; il pieno adempimento del nostro dovere avviene solo quando noi avremo collaborato, direttamente o indirettamente, a dare alla società una struttura giuridica, economica e politica adeguata, quanto è possibile nella realtà umana, al comandamento principale della carità.
Ora la domanda iniziale chiarisce la sua portata: c'è per ciascuno di noi, una responsabilità da riconoscere ed un impegno da assumere? Qual è l'apporto effettivo di forze che ciascuno di noi - si badi bene, ciascuno di noi cristiani, non la Chiesa come tale! - ha recato e reca alla costruzione cristiana della città che abita? Abbiamo veramente compreso che la «perfezione» individuale non disimpegna da quella collettiva? Che la vocazione cristiana è un carico, dolce perché cristiano, che comanda di spendersi senza risparmio per gli altri?
Si può essere nella fame e avere Dio nel cuore! si può essere schiavi e avere l'anima liberata e consolata dalla grazia di Dio! D'accordo: ma questo concerne me, non concerne gli altri. Io posso, per mio conto, ringraziare Iddio di concedermi il dono della fame, della persecuzione, dell'oppressione, della ingiustizia, dell'ingiuria, ecc.; ma se i miei fratelli si trovano in tale stato, io sono tenuto a intervenire per soccorrerli; se non lo avrò fatto, il Signore me lo dirà con parole terrificanti nel giorno del giudizio: «Ebbi fame e non mi sfamasti, fui carcerato e non mi visitasti»! Si allude forse a opere puramente individuali? Anche a queste, ma non soltanto a queste; in questo dovere dell'amore operoso è inclusa - nei limiti delle proprie capacità e possibilità - la trasformazione sociale.





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